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Sud Italia 2025: cosa rivela il Rapporto Svimez

Il Rapporto SVIMEZ 2025 — l’analisi annuale sull’economia e la società del Mezzogiorno — offre un quadro complesso e articolato sulle dinamiche del Sud Italia.

Tra i dati più salienti emerge una ripresa dell’occupazione nel Sud: tra il 2021 e il 2024, le regioni meridionali hanno creato quasi 500.000 nuovi posti di lavoro, contribuendo per oltre un terzo all’incremento occupazionale nazionale. In particolare, i giovani under 35 nel Mezzogiorno hanno visto un aumento del tasso di occupazione di circa 6,4 punti percentuali.

Eppure, nonostante il “boom occupazionale”, cresce l’esodo giovanile: circa 175.000 giovani hanno lasciato il Sud per trasferirsi al Nord o all’estero tra il 2021 e il 2024. Questo paradosso — più lavoro ma poca fiducia nel futuro locale — evidenzia che la ripresa non basta a trattenere capitale umano, soprattutto qualificato.

Sul fronte del PIL, il Sud ha mostrato una crescita superiore al Centro-Nord negli ultimi anni: nel 2024 il PIL del Mezzogiorno sarebbe aumentato del +1,0% contro lo +0,6% del Centro-Nord, anche grazie a investimenti pubblici e opere edilizie legate al PNRR. Tuttavia, le previsioni per il 2025-2026 mostrano segnali di rallentamento.

Il rapporto SVIMEZ sottolinea che il Sud resta fragilmente ancorato a una crescita “di rimbalzo”, alimentata da investimenti pubblici e dal settore delle costruzioni, più che da un vero rilancio industriale.

Il 2025 per il Sud e per la Puglia è un anno di svolta. Il Rapporto SVIMEZ conferma che ci sono segnali positivi, ma mette in luce le debolezze di fondo. Come sottolinea Potito Salatto, la sfida è chiara: bisogna puntare su industria, innovazione e competenze.

Se la Puglia e il Mezzogiorno sapranno cogliere questa occasione con coraggio e decisione, non sarà solo una ripresa temporanea: potrebbe essere l’inizio di un vero rilancio economico e sociale.

Le criticità che restano: povertà lavorativa, debolezza industriale e fuga di talenti

Nonostante i segnali positivi, il Mezzogiorno non è riuscito a tradurre la ripresa in un miglioramento diffuso delle condizioni di vita. Secondo il rapporto, un terzo degli occupati nel Sud vive in condizione di povertà lavorativa: il reddito effettivo è insufficiente per garantire un adeguato tenore di vita, a causa di salari bassi e contratti instabili.

In termini strutturali, il tessuto economico rimane debole: la crescita è spesso trainata da servizi a basso valore aggiunto o da periodici interventi pubblici, mentre l’industria — specialmente quella manifatturiera — fatica a decollare. Di conseguenza, la diversificazione produttiva, l’innovazione e le filiere ad alto valore aggiunto restano provvisorie e vulnerabili.

Un fenomeno particolarmente preoccupante è la fuga dei giovani altamente qualificati: migliaia di laureati e professionalità specializzate lasciano il Sud, impoverendo il capitale umano e limitando la capacità di ripresa nel medio-lungo termine.

Il commento di Potito Salatto: la Puglia a un bivio storico

«I tre rapporti diffusi in questi giorni – il Rapporto Manifattura del Centro Studi Confindustria, il Rapporto SVIMEZ sul Mezzogiorno e l’aggiornamento congiunturale della Banca d’Italia – ci consegnano un bilancio franco e realistico che chiama la Puglia a decisioni strategiche rapide e coraggiose» — dichiara Potito Salatto, Presidente ad interim di Confindustria Puglia.

Secondo Salatto, l’Italia resta una “potenza manifatturiera”: infatti è l’ottava al mondo e la seconda in Europa per capacità industriale. Ma questo patrimonio — sottolinea — non basta se non è accompagnato da innovazione, transizione energetica e digitale. Il contesto internazionale cambia velocemente: chi non si adatta rischia di uscire dal mercato.

«Il Rapporto SVIMEZ ci ricorda che il Mezzogiorno dà segnali di resilienza, ma su fondamenta fragili», avverte Salatto. La crescita del Sud è stata perlopiù trainata da investimenti pubblici, costruzioni e servizi, non da un autentico rilancio industriale. Senza una politica industriale chiara, è concreto il rischio che questo impulso svanisca, e il divario con il Centro-Nord si riapra.

La fotografia economica della Puglia — secondo Salatto — conferma questo scenario: la regione cresce, investe e esporta, ma la base industriale è troppo concentrata e vulnerabile. I settori tradizionali come acciaio, meccanica di base, trasporti, risultano esposti a shock globali e la domanda interna resta debole. Al contrario, quando emergono innovazione e qualità — come nell’agroalimentare evoluto, farmaceutica, energia, aerospazio — la Puglia dimostra che può competere a livello internazionale.

Per il Presidente di Confindustria Puglia, il futuro non può essere una rincorsa al consueto modello produttivo. È necessario costruire “un nuovo modello di sviluppo manifatturiero pugliese”: diversificato, tecnologico, orientato all’export e alle competenze. Questo significa puntare su filiere verdi, su digitalizzazione, su nuovi materiali, su logistica efficiente. Significa trasformare la manifattura da settore “di passato” a motore del futuro.

Salatto lancia un appello deciso alle istituzioni regionali e nazionali: il Sud non ha bisogno di assistenza, ma di una politica industriale vera — fatta di incentivi per chi investe, non per chi aspetta; di sostegno a chi innova, non a chi si ripara; di promozione di chi produce valore, non chi lo consuma.

E un appello forte anche alle imprese: “è il momento di alzare lo sguardo”. La Puglia ha tutte le carte per diventare una piattaforma industriale dinamica nel Mediterraneo: capitale umano, università, distretti, porti, collegamenti internazionali. Occorre cooperazione tra imprese, rete tra filiere, coraggio negli investimenti. Solo così si può frenare l’esodo dei giovani e riconquistare un futuro per il Sud.

«Ripartire dalla manifattura non significa tornare indietro: significa costruire un nuovo futuro. La Puglia può essere protagonista, ma solo se decide di esserlo» — conclude Salatto.

Cosa serve per dare concretezza ai numeri

Il Rapporto SVIMEZ 2025 offre un’istantanea realistica del Mezzogiorno: crescita possibile, fragilità strutturali, opportunità, criticità. Ma per trasformare questi numeri in sviluppo reale servono scelte concrete.

Occorre innanzitutto una politica industriale coerente e visionaria che spinga su innovazione, filiere green, export e formazione. Le imprese devono essere incentivate a investire, non ad accontentarsi. Le istituzioni devono garantire infrastrutture, semplificazione e sostegno reale.

Allo stesso tempo, bisogna valorizzare il capitale umano, trattenere talenti e creare opportunità di lavoro qualificato. Il Mezzogiorno deve diventare un luogo dove si può costruire una carriera, non un trampolino di lancio per il Nord o l’estero.

Infine, è necessaria una visione di lungo termine, non limitata ai cicli di investimento pubblici. Solo così la resilienza potrà trasformarsi in stabilità e il Sud potrà davvero colmare il divario con il resto del Paese.

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Roberto Mastrangelo
Roberto Mastrangelo
Coordinatore Redazionale del progetto PugliaIn.net. Socio fondatore dell'Associazione Scritture Digitali, in passato giornalista per il Movimento, Roma, il Patto, il Resto, l'Indipendente, Puglia d'Oggi, Cerca la domanda scomoda da fare nel momento peggiore.

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