Quello che in filosofia è potenza diventata atto, nell’arte di Raffaele Quida si trasforma in uno studio ricavato in una grotta, dove le opere sono ancora potenziali, appunto, e solo pochi metri e qualche gradino più in là diventano oggetti, quadri, fogli macchiati incastonati in anime di ferro.
L’idea di un progress è alla base di quest’opera dell’artista salentino, esposta nella CoArt Gallery di Corato fino al 31 marzo, a cura di Alex Larrarte e Isabella Battista: da una parte si vede l’atto della creazione artistica, in tutta la sua miracolosità, dall’altra invece campeggiano dei fogli di carta immersi in un pigmento nero che regala forme naturali, macchie nere e irregolari con diverse dimensioni e tonalità, a seconda dell’attimo e del modo in cui è avvenuto il contatto chimico tra questi elementi. Tutto registrato con numeri che indicano minuti, e secondi. Un modo per fermare il tempo, la sua fugacità fallace, un modo per cercare l’essenza delle cose reali dietro i fenomeni. La mostra prende il titolo dalla parola greca ousìa, essenza appunto, parola cara ad Aristotele che ne fece la caratteristica principe di ogni entità. L’obiettivo di Quida sembra essere proprio cogliere questa ousìa nell’attimo propizio, cogliere il senso della vita che scorre, il senso dell’essere, il verbo da cui d’altronde deriva il termine aristotelico.
I fogli vengono bagnati in cisterne di ferro rettangolari che divengono parte integrante dell’opera stessa, assumendo nel corso dei giorni un aspetto sempre diverso, a partire dalla prima immersione fino ad oggi. Perché ogni istante è diverso dall’altro. Sempre.











