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Melendugno, dopo il crollo dell’arco di Sant’Andrea, i geologi “la natura ha fatto il suo corso”

Il crollo dell’Arco di Sant’Andrea a Melendugno è un chiaro esempio di naturale evoluzione geologica del paesaggio costiero. La Società Italiana di Geologia Ambientale (SIGEA-APS) interviene a seguito del crollo dell’Arco di Sant’Andrea, collassato a causa dell’azione combinata delle mareggiate e dell’erosione.

“La falesia di Melendugno, un gradino morfologico a tratti verticale, per una decina di metri al di sopra del livello marino è costituita da “rocce tenere”, ossia caratterizzate da relativamente bassi valori dei parametri di resistenza meccanica. Il paesaggio geologico del sito è tale da farlo ritenere rappresentativo dei processi in atto con valore didattico, e anche valore scenico che lo rende un’attrattiva di quella località; tutte ragioni, queste, per cui è stato catalogato nel censimento dei geositi e delle emergenze geologiche della Puglia (progetto Geositi, del 2014)”. Lo ha dichiarato Vincenzo Iurilli, presidente sezione Puglia della Società Italiana di Geologia Ambientale.

La SIGEA-APS ha dunque inquadrato l’evento all’interno dei normali processi geomorfologici che caratterizzano il litorale salentino. Le falesie formate da rocce tenere sono infatti strutturalmente soggette a dinamiche naturali di erosione costiera e crolli.

“Interventi di consolidamento – ha affermato Antonello Fiore, Presidente Nazionale Società Italiana di Geologia Ambientale –  oltre ad essere onerosi e a forte impatto sul paesaggio, avrebbero rappresentato solo un ritardo temporaneo in un processo intrinseco e ineludibile. La natura ha semplicemente seguito il suo corso evolutivo. Come mostrano alcune foto che ritraggono l’arco prima del crollo il sito è stato intensamente frequentato, a scopo ricreativo, durante la stagione balneare e oltre, con la presenza di bagnanti al di sopra e al di sotto della massa instabile che è crollata, per fortuna senza danni a persone. Questo deve ricordarci che la responsabilità della gestione del territorio non può prescindere dalla sua accurata conoscenza, dalla consapevolezza dei rischi associati ai vari ambienti che, a vari scopi, frequentiamo e, soprattutto, dall’accrescimento della “cultura geologica” insita nella conoscenza del territorio che a quanto pare, non è una “quinta” teatrale di valore esclusivamente estetico, ma un sistema che si muta e si trasforma, soggetto all’energia messa in gioco da processi naturali complessi ei cui effetti si sommano e interferiscono tra loro”.

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Redazione
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