HomeCronacaNel 2025 Puglia seconda per incidenza di minorenni segnalati per associazione mafiosa

Nel 2025 Puglia seconda per incidenza di minorenni segnalati per associazione mafiosa

I recenti episodi di violenza che hanno coinvolto minori e giovani raccontano un fenomeno complesso che non può essere affrontato con allarmismi, clamore mediatico e risposte solo punitive. È invece urgente accendere i riflettori sul disagio diffuso tra gli adolescenti, che trova spazio nei vuoti educativi e relazionali e nei contesti in cui la violenza prende forma. Per comprenderne le cause più profonde serve uno sguardo ampio che consideri fattori individuali, familiari e di contesto, e fornisca risposte efficaci alla radice, in quel vuoto che va riempito con risposte educative, di recupero e di attenzione del mondo adulto e istituzionale, accompagnando i giovani in un percorso di responsabilizzazione.

Dall’analisi contenuta nel rapporto “(Dis)armati. Un’indagine sulla diffusione della violenza giovanile, tra percezione e realtà”, realizzata dal Polo Ricerca di Save the Children con il sostegno di Fondazione Iris Ceramica Group ETS e diffuso oggi, emerge un quadro frastagliato che da un lato fotografa i cambiamenti nell’intensità e nelle modalità della violenza agita dagli adolescenti, da soli o in gruppo, dall’altro segnala l’aumento della permanenza prolungata dei minori nel sistema penale di giustizia minorile, anche in seguito all’attuazione del Decreto Caivano.

Attraverso le voci di minorenni e neomaggiorenni, rappresentanti delle amministrazioni pubbliche, magistrati, esperti, operatori del terzo settore e del sistema di giustizia minorile che accompagnano ragazze e ragazzi nei percorsi di reinserimento – con approfondimenti nelle città di Roma, Milano, Napoli, Bari e Terni – la ricerca restituisce una fotografia della violenza che è un grido profondo degli adolescenti e che interroga con urgenza il mondo degli adulti. Le voci e le immagini, riportate all’interno del rapporto di ricerca, sono state raccolte con la collaborazione del giornalista e autore Danilo Chirico, insieme al fotoreporter Alessio Romenzi e al regista e autore Vito Foderà.

In Puglia tra il 2014 e il 2024 è cresciuto il numero di minori segnalati per lesioni personali (+0,49 ogni mille abitanti tra i 14 e i 17 anni) e porto d’armi (+0,31 ogni mille abitanti tra i 14 e i 17 anni). Nella regione l’incidenza di minori segnalati per omicidio è di 0,02 ogni mille abitanti tra i 14 e i 17 anni e per associazione mafiosa di 0,08 per mille abitanti nella fascia 14-17 anni, tra i più alti in Italia. Nel caso di minori autori di reati legati alla criminalità organizzata, la probabilità di commettere più di un reato è di 3,48 volte superiore rispetto ai coetanei che non sono coinvolti in tali contesti.

«L’età di affiliazione tende a scendere rapidamente, abbiamo affiliazioni di giovanissimi » racconta un procuratore, «quando li vedi in faccia, ti prende un colpo perché sono ragazzini».

La situazione a Bari

Secondo i dati del Servizio Analisi Criminale, a Bari nel primo semestre del 2025 sono tre i minori segnalati per associazione mafiosa, un segnale, secondo gli esperti, che indica una riattivazione delle dinamiche di clan sul territorio. Sono 13 i minori segnalati nel primo semestre 2025 per porto abusivo d’armi, a suggerire un trend in linea con il 2024 (27) e in aumento rispetto a dieci anni fa quando erano 8, 45 per lesioni personali (76 nel 2024), 18 per minaccia (31 nel 2024), 5 per estorsione (7 nel 2024).

Il viaggio compiuto da Save the Children per comprendere il fenomeno della violenza giovanile – con un’attenzione alla diffusione delle armi e al coinvolgimento dei minori nelle reti della criminalità organizzata – evidenzia come nell’ultimo decennio sia cambiata l’intensità e le modalità della violenza agita dagli adolescenti: più immediata, visibile, condivisa e amplificata anche attraverso i social media. Ma allo stesso tempo ci restituisce una “geografia della violenza” che mette in luce come le diverse tipologie di reati di natura violenta non abbiano una diffusione omogenea su tutto il territorio nazionale, con una concentrazione maggiore di alcune tipologie in determinate aree del Paese.

Sono aumentate rapine, risse e lesioni personali, con un’efferatezza “apparentemente insensata” che nasconde fragilità emotive diffuse e un progressivo svuotamento affettivo. Sebbene la violenza oggi appaia sempre più armata, sottolinea Save the Children, con l’uso di pistole, coltelli e armi improprie, gli adolescenti sono sempre più “disarmati” di fronte a nuove fragilità psicologiche e relazionali, spaventati da un mondo esterno che considerano pericoloso, imprevedibile, segnato da conflitti e violenze all’interno delle famiglie e nella società, con casi di autolesionismo e tentati suicidi e, in alcuni casi, uso di sostanze e dipendenze. Preoccupa, inoltre, la crescita nel 2025 di minori denunciati o arrestati per associazione mafiosa in alcuni territori.

A livello nazionale, osservando il dato di minori e giovani adulti segnalati agli Uffici di Servizio Sociale per i Minorenni (USSM) dall’Autorità giudiziaria, emerge un progressivo calo, pari a poco più di un terzo negli ultimi vent’anni, passando da 23.000 nel 2004 a 14.220 nel 2024. Guardando invece al dato relativo ai minori e giovani adulti presi in carico dagli USSM, questi sono 23.862, in aumento rispetto agli anni precedenti, soprattutto a causa della permanenza prolungata nel sistema penale di giustizia minorile, anche in seguito all’attuazione del c.d. “Decreto Caivano” (DL 123/2023, convertito in L.159/2023) che ha ampliato i casi di custodia cautelare per i minorenni e ristretto l’accesso alle alternative al carcere. Il 73% ha tra i 14 e i 17 anni e l’1% ha meno di 14 anni, i giovani adulti sono il 26%.

Allargando lo sguardo all’Europa, i minori e i giovani adulti in contatto con il sistema di giustizia perché sospettati o autori di reato, sono passati in Italia da 329 ogni 100 mila abitanti nel 2014 a 363 nel 2023, e il valore rimane uno dei più bassi dell’area.

I dati nazionali e gli andamenti

Secondo i dati nazionali forniti dal Servizio Analisi Criminale del Ministero dell’Interno, rispetto a 10 anni prima, nel 2024 sono aumentati i 14-17enni denunciati o arrestati per rapina (3.968 nel 2024, più del doppio rispetto al 2014), lesioni personali (4.653 nel 2024 rispetto alle 1.921 del 2014), rissa (1.021 nel 2024, 433 nel 2014) e minaccia (1.880 nel 2024, 1.217 nel 2014) mentre diminuiscono i minorenni segnalati per il reato di associazione per delinquere (109 nel 2024, 406 nel 2014). Se nel 2024 il numero di minori denunciati o arrestati per associazione mafiosa conferma il trend di 10 anni prima (49), il dato per il primo semestre 2025 (46) suggerisce una possibile preoccupante crescita nell’annualità.

Inoltre i dati nazionali fotografano una maggiore diffusione delle armi tra i minori – anche improprie – con un aumento da 778 a 1.946 dal 2019 al 2024 dei minori segnalati per porto abusivo di armi o oggetti atti ad offendere e un picco di 1.096 nel primo semestre del 2025. I giovani intervistati per questa ricerca raccontano che girare armati fa sentire “più sicuri”, ma a volte anche “più nervosi”, altri lo fanno per status o come simbolo di potere. La crescita riguarda quasi tutte le regioni e, tra le città metropolitane, si segnalano Napoli (che passa da 59 nel 2019 a 152 nel 2024), Milano (da 43 a 150), Roma (da 32 a 96), Bologna (da 21 a 88) e Torino (da 31 a 82)

preoccupare, quindi, è la normalizzazione dell’utilizzo del coltello che, a prescindere dalle motivazioni, espone i ragazzi, più che in passato, al rischio di andare incontro a un’escalation di violenza. Spesso tra i giovani che escono di casa armati si crea un “cortocircuito della paura”: la paura porta all’esigenza di difendersi, di fare paura, di armarsi, esponendosi al rischio di fare o farsi male.

“Per prevenire e affrontare il complesso fenomeno della violenza giovanile è fondamentale un cambio di prospettiva da parte del mondo adulto, che spesso fatica ad ascoltare davvero i giovani e a coglierne i bisogni più profondi” dichiara Antonella Inverno, Responsabile ricerca e analisi dati di Save the Children. “Da questo viaggio tra le voci ‘disarmate’ di ragazze e ragazzi che attraversa tutto il Paese, emerge chiaramente come la violenza sia un fenomeno alimentato da vuoti educativi, solitudine, mancanza di spazi e di opportunità di crescita. Di fronte a questo scenario, un approccio emergenziale che fa della punizione e del controllo gli strumenti principali – quasi gli unici – per prevenire e affrontare la violenza minorile non è coerente con il superiore interesse del minore né in linea con i principi del diritto minorile, ma rischia fortemente di risultare inefficace. È necessario coinvolgere minori e giovani adulti in percorsi di responsabilizzazione in grado di rendere evidenti le conseguenze dei comportamenti violenti, avere uno sguardo attento ai bisogni, ai vissuti e alle potenzialità di ragazzi e ragazze e avere una reale disponibilità ad ascoltarli e a metterli nelle condizioni di partecipare alla vita sociale. Questo cambio di prospettiva da parte del mondo adulto deve essere accompagnato da un forte impegno istituzionale, con un chiaro obiettivo: garantire il benessere di bambini, bambine e adolescenti e, di conseguenza, agire preventivamente su quei fattori che possono alimentare la violenza”.

La geografia dei reati violenti commessi da minori

Emerge, nei racconti dei ragazzi, una rabbia interiore e una “mancanza di rispetto totale per la propria vita” – tra tentativi di suicidio, casi di autolesionismo, disturbi alimentari – e quella degli altri, in una sorta di “disinvestimento affettivo”. In questo contesto, il gesto violento appare svuotato del suo peso specifico. “In quel momento sei come in un videogame, vuoi solo finire il livello”, spiega un ragazzo. Anche davanti ai magistrati, come emerge dalle interviste realizzate per la ricerca, il racconto dei minori resta spesso frammentato, infantile, privo di una reale percezione della gravità del reato commesso.

L’assunzione di alcuni tipi di sostanze psicotrope, inoltre, rischia di avere un effetto moltiplicatore della violenza, trasformando la rabbia in azione e abbassando la soglia di percezione del rischio fino ad azzerarla.

Questi ragazzi non cercano la violenza per il gusto di farla. Cercano un posto nel mondo e spesso lo trovano dentro dinamiche violente: in questo modo, qualcuno li vede, li riconosce. Molti di loro non hanno una prospettiva di futuro, ma hanno un presente molto esigente” spiega un operatore. Lo raccontano anche i ragazzi seguiti dai servizi di giustizia: “Se non reagisci, perdi rispetto e sei finito. Meglio passare per pazzo che per debole”.

Prendendo in considerazione i dati nazionali sul numero di minorenni di 14-17 anni denunciati o arrestati si registra un aumento di 14-17enni segnalati per rapina: 3.968 nel 2024, più del doppio rispetto al 2014, in crescita in quasi tutte le regioni del centro e del nord Italia, in particolare in Valle d’Aosta (+3 ogni mille abitanti nella fascia 14-17 anni), Emilia-Romagna (+2,65 ogni mille), Friuli Venezia-Giulia (+2,42 ogni mille) e Liguria (+2,34 ogni mille), con le sole eccezioni di Piemonte (-0,39 ogni mille) e Lazio (-0,54 ogni mille). Il dato del primo semestre 2025 (2.364) conferma il trend in aumento, con un’incidenza maggiore in Emilia-Romagna (3,06 ogni mille abitanti), Lombardia (1,7 ogni mille), Liguria (1,44 ogni mille) e Toscana (1,38 ogni mille). Sempre nel primo semestre 2025, tra le città metropolitane spiccano: Milano (294 minorenni denunciati o arrestati), Roma (124), Bologna (103) e Torino (85).

Sono 4.653, invece, i minori denunciati o arrestati a livello nazionale per lesioni personali (di cui 592 ragazze), quasi il doppio rispetto a dieci anni prima, in crescita costante in tutte le regioni, come indicano anche i 2.425 casi del primo semestre 2025. L’incidenza maggiore in Friuli-Venezia Giulia (2 ogni mille abitanti nella fascia 14-17 anni), Emilia-Romagna (1,89 ogni mille) e Valle d’Aosta (1,63 ogni mille) e, tra le città metropolitane, sempre nel 1° semestre 2025, Milano (129 minorenni denunciati o arrestati), Roma (75), Torino (83) e Bologna e Napoli (73).

I minorenni denunciati o arrestati a livello nazionale per rissa registrano un aumento che sfiora il 100% tra il 2019 e il 2024, con 1.021 segnalazioni, di cui 955 ragazzi, con un’incidenza maggiore in Molise (1,21 ogni mille abitanti nella fascia 14-17 anni). Nel primo semestre 2025 sono 507 i minorenni segnalati, in linea con l’anno precedente. Le città metropolitane più coinvolte nello stesso periodo sono: Milano (33 minorenni segnalati), Genova (32) e Palermo (31).

Un simile andamento, ma con valori più elevati, riguarda i minori denunciati o arrestati a livello nazionale per il reato di minaccia, che aumentano significativamente dopo il 2019 fino a raggiungere i 1.880 casi nel 2024 (988 nei primi sei mesi del 2025), di cui 303 ragazze, con un’incidenza maggiore, anche in questo caso, in Molise (1,62 ogni mille abitanti nella fascia 14-17 anni), mentre l’aumento più significativo tra il 2014 e il 2024 si è registrato in Friuli Venezia-Giulia (+1,5 ogni mille abitanti nella fascia 14-17 anni). Tra le città metropolitane, nel 1° semestre 2025, svettano Roma (49 minorenni segnalati), Milano (41) e Torino (28).

Diminuisce, invece, il numero di minori denunciati o arrestati a livello nazionale per associazione per delinquere, 109 nel 2024 (erano 406 nel 2014), in particolare nel Lazio (-0,46 ogni mille abitanti nella fascia 14-17 anni, nel decennio considerato).

I principali dati di analisi dello scenario, sottolinea Save the Children, si basano sulle denunce, ma occorre tenere presente che non sempre queste, dopo il vaglio dell’autorità giudiziaria, si trasformano in processi a carico dei minorenni segnalati.

Secondo alcuni psicologi intervistati nella ricerca, il mondo adulto continua a vedere gli episodi in cui sono coinvolti certi ragazzi solo come problemi di sicurezza e ordine pubblico, senza comprendere che la violenza è spesso il linguaggio di una richiesta di riconoscimento da parte di una generazione che sta attraversando cambiamenti epocali – dalla pandemia, con la perdita di socialità e la frattura dei legami educativi, ai social media – senza essere attrezzata e senza trovare punti di riferimento credibili nel mondo adulto. Sfidando il limite, con modalità spesso impulsive, cercano di riempire questa sensazione di vuoto: la violenza diventa così un linguaggio “esistenziale”, un modo per essere visibili, affermarsi, sentirsi vivi.

Famiglie, scuola e istituzioni sono spesso percepite come assenti, incoerenti o delegittimate da parte degli adolescenti intervistati. I segnali di disagio esistono – a scuola, nei servizi sociali, nei quartieri – ma la presa in carico da parte degli adulti è “discontinua, frammentata, tardiva” spiegano gli operatori sociali.

“Puntare su punizioni e misure repressive può sembrare una risposta immediata, ma non funziona. La violenza giovanile nasce spesso in un vuoto educativo e sociale: è lì che bisogna intervenire. Prevenire significa investire in contesti che offrano ai ragazzi opportunità, ascolto, relazioni rispettose e alternative positive. Serve sostenere le famiglie nelle sfide dell’adolescenza, promuovendo modalità di comunicazione basate sul rispetto reciproco. Nelle scuole è urgente rafforzare i percorsi di educazione alla non violenza, il supporto al benessere psicosociale e attivare presidi di ascolto e intervento precoce. Accanto a questo, è fondamentale investire stabilmente nell’educativa di strada e di comunità, e garantire spazi pubblici dove i giovani possano incontrarsi, esprimersi e partecipare in modo positivo. La via educativa è cruciale anche per accompagnare i giovani in percorsi di responsabilizzazione rispetto alle proprie azioni perché comprendano le conseguenze dei loro comportamenti. Le competenze emotive e sociali devono supportare nella presa di consapevolezza delle proprie azioni e di come possono impattare, a volte in modo tragico, su altri coetanei e sulla comunità più allargata. Per riuscire a fare tutto questo serve un’alleanza forte tra scuole, famiglie, servizi sociali, terzo settore e istituzioni locali”, spiega Giorgia D’Errico, Direttrice Relazioni Istituzionali di Save the Children.

Il gruppo, i social media e la musica

Un elemento comune che attraversa la galassia della violenza giovanile è che la violenza di strada non è più confinata alle aree di marginalità estrema, ma coinvolge anche ragazzi provenienti da famiglie e ambienti socialmente integrati, senza distinzione tra ricchi e poveri, italiani, anche di seconda generazione, e stranieri.

A differenza di qualche anno fa, i reati di gruppo esistono ma hanno caratteristiche diverse: ai gruppi strutturati si sostituiscono aggregazioni fluide, temporanee che si formano spesso via social e si ritrovano negli spazi della cosiddetta “movida” per affermare una presenza pubblica o mettere in atto reati, tra cui rapine e furti. L’appartenenza al quartiere rappresenta spesso un elemento distintivo dell’identità del gruppo che supera quello dell’appartenenza etnica: vivere nella stessa zona per i ragazzi ha più valore rispetto alla provenienza culturale e l’appartenenza ha a che fare con una condizione di marginalità di chi si riconosce nella vita per strada, nel quartiere.

In questo contesto, i social media diventano strumenti per convocare, coordinare e selezionare i luoghi e i tempi dello scontro, costruire alleanze o rivalità. In alcuni contesti, diventano anche canali di contatto con mercati illegali e ambienti di radicalizzazione.

I social sono ambienti tipici di espressione dell’adolescenza e, quando questa espressione è violenta, diventano anche luogo dove la violenza viene messa in scena, “certificata” e amplificata: molti episodi vengono filmati e condivisi perché il bisogno di apparire prevale anche sul rischio di essere scoperti. Il13,4% di ragazzi tra i 15 e i 19 anni ha assistito a scene di violenza che venivano filmate, a fronte di un 8,4% delle ragazze. In alcuni casi, anche se più ridotti, i ragazzi dichiarano di avere filmato loro stessi scene di violenza con il proprio cellulare, il 4,5% dei maschi e il 2% delle femmine “Almeno fare paura significa essere visti”, dice un ragazzo. La violenza diventa così una performance identitaria in cui il bisogno di visibilità e l’esaltazione delle azioni rappresentano elementi necessari.

In questo scenario, la musica svolge un ruolo significativo: trap, rap e, in alcuni contesti, il neomelodico sono linguaggi con cui esprimere rabbia, marginalità e desiderio di riscatto. Per molti adolescenti, la musica è un modo per essere ascoltati in un mondo adulto che probabilmente li considera già irrecuperabili.

Minori e criminalità organizzata

Nei primi sei mesi del 2025 i minori denunciati o arrestati a livello nazionale per associazione mafiosa sono 46, a segnalare un possibile preoccupante aumento rispetto al 2024, quando sono stati 49. Dei 46, quasi la metà si registrano a Catania (15) e a Napoli (6).

Ad allarmare anche l’aumento, in alcuni territori, dei minori denunciati o arrestati per omicidio (passati da 102 nel 2014 a 193 nel 2024), con un’incidenza maggiore in Campania (0,15 ogni mille abitanti tra i 14 e i 17 anni) e con 27 minorenni segnalati a Napoli nel primo semestre 2025 (erano stati 28 in tutto il 2024).

L’affiliazione criminale nasce spesso dalla povertà educativa: nei vuoti di opportunità, l’illegalità offre ai ragazzi fragili appartenenza e protezione. Senza alternative, spesso costretti a scelte obbligate che si intersecano con le attività criminali della famiglia e da contesti relazionali e sociali complessi, in territori privi di opportunità e servizi, attratti da logiche di potere, denaro e riconoscimento sociale, i minorenni entrano precocemente in contatto con le armi per affermarsi all’interno del gruppo o del quartiere. Ma occupandosi esclusivamente dell’arma o del reato, invece che del minore, si corre il rischio di consegnarli alla cultura criminale. Per i ragazzi coinvolti in contesti di criminalità organizzata, la difficoltà a interrompere la condotta delinquenziale e, quindi, la probabilità di commettere più di un reato è di 3,48 volte superiore rispetto ai coetanei che non sono coinvolti in questi contesti.

Foto Alessio Romenzi per Save the Children

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