Gli arresti eseguiti questa mattina dalla Polizia di Stato di Bari nei confronti di tre ultras del Foggia sono l’ennesima conferma di un’aggressività viscerale che continua a inquinare il panorama calcistico pugliese. I reati contestati — che vanno dalla resistenza e violenza a pubblico ufficiale all’invasione di campo e al lancio di materiale pericoloso — delineano un perimetro d’azione che nulla ha a che spartire con la passione sportiva, ma che risponde esclusivamente a logiche di ostilità e prevaricazione. Questo episodio, avvenuto durante l’incontro tra Monopoli e Foggia lo scorso 19 aprile, sottolinea una frattura ormai insanabile tra la cultura del tifo sano e le frange estremiste che utilizzano lo stadio come zona franca per lo scontro.
La cronaca della serata racconta un’escalation di tensioni iniziata ben prima del calcio d’inizio, con il lancio di fumogeni dal settore ospiti, e culminata in una vera e propria guerriglia urbana scatenata dal risultato sportivo negativo. L’esplosione di petardi e il tentativo massiccio di forzare le barriere per invadere il rettangolo di gioco hanno trasformato una competizione agonistica in un’emergenza di ordine pubblico. In questo clima di cieca animosità, a farne le spese è stato anche uno steward in servizio, colpito violentemente con un pugno da uno degli invasori: un gesto che evidenzia come il bersaglio di tale furia non sia l’avversario sportivo, ma chiunque rappresenti l’ordine e il rispetto delle regole.
L’impatto sulla manifestazione è stato devastante: l’arbitro è stato costretto a sospendere l’incontro per 11 minuti, durante i quali calciatori, staff tecnici e terna arbitrale hanno dovuto cercare rifugio negli spogliatoi per timore della propria incolumità. Questo “blackout” agonistico rappresenta la negazione stessa dello sport, dove la paura della violenza fisica sovrasta il gioco e costringe i protagonisti a fuggire dal campo. Solo l’intervento tempestivo delle forze d’ordine ha impedito che l’irruzione si trasformasse in un’invasione compatta, limitando i danni ma non cancellando l’immagine di uno stadio ostaggio di pochi facinorosi.
È fondamentale ribadire che questi comportamenti appartengono a una minoranza che si nasconde dietro i colori di una maglia per dare sfogo a pulsioni antisociali, distanti anni luce dalla stragrande maggioranza dei tifosi. La Puglia sportiva, fatta di famiglie e appassionati che vivono il calcio come un momento di aggregazione, si trova ancora una volta a dover fare i conti con un’eredità di odio territoriale che non conosce ragioni. Trasformare una partita in un teatro di guerra non è tifo, è un crimine che offende la dignità del calcio e di chiunque creda ancora nei valori della lealtà e della convivenza civile.
La pano pesante del giudice sportivo
Dopo gli incidenti avvenuti mano pesante del giudice sportivo nei confronti del Foggia che ha comminato la “sanzione della disputa di QUATTRO gare casalinghe di Campionato e/o di Coppa Italia alle quali parteciperà la società Foggia A PORTE CHIUSE e di EURO 10.000,00 di ammenda”.











