Non storcano il naso i puristi del jazz se un concerto di tango viene inserito in una rassegna jazz. Non dimentichiamo che il tango ha la stessa matrice nera del blues e del jazz: tutto proviene dall’Africa al tempo dello schiavismo coloniale. Cambiano solo le commistioni che si sono realizzate nell’America del Sud e del Nord. Il tango deriva dalla milonga e questa è nata nei barrios delle periferie di Buenos Aires, dove si incrociavano emigrati, gauchos, schiavi neri (importante per influenza la loro danza tribale candombé’): da questo mix di culture in zone depresse ed emarginate fu generata musica da bassifondi, suonata nei postriboli. La relativa danza, giudicata lasciva e peccaminosa, suscitò in Europa dapprima sdegno e poi fascino.
Ma occupiamoci della musica che finì per coinvolgere musicisti di tutto il mondo. Un grande innovatore fu Astor Piazzolla che, con una operazione simile a quella di Duke Ellington per il jazz, volle elevare il tango al rango di musica colta, esaltandone l’emotività e inserendo elementi classici e jazz: così nacque il ‘tango nuevo’. E se nel 2009 il tango è stato riconosciuto dall’Unesco patrimonio culturale immateriale dell’umanità non è certo un caso.
Il maestro Pietro Laera, direttore artistico dell’associazione “Nel gioco del jazz”, ogni anno inserisce nel cartellone della stagione artistica un concerto dedicato al tango. Questa volta si è affidato a un quartetto di eccellenti musicisti di statura internazionale, tre dei quali slovacchi: Anton Jablokov, straordinario violinista di Bratislava, perfezionatosi nel Conservatorio della Svizzera Italiana e grande ammiratore di Stephane Grappelli; Claude Hauri al violoncello, docente al Conservatorio di Vibo Valentia e amante di abbinamenti di letteratura, musica e arte visiva, anche in collaborazione con Dacia Maraini; Adam Kuruc, pianista che si dedica con disinvoltura a vari generi musicali. A questo trio si è aggiunto Mario Stefano Pietrodarchi, al bandoneon e fisarmonica, musicista brillante e raffinato diplomatosi al Conservatorio di Santa Cecilia.
La loro disposizione sul palco è un po’ insolita: abitualmente è il bandoneon che domina la scena, alla maniera di Piazzolla; invece, qui il protagonista è il violino, affiancato dal violoncello. Evidentemente il gruppo preferisce farsi guidare dall’abilità e dal talento di Jablokov, considerando che le note di violino e bandoneon possono integrarsi e sostituirsi.
Il risultato non cambia: emozioni e ritmi restano invariabilmente affascinanti, fin dal primo brano. Si comincia con una chicca, “A Evaristo Carriego”, composizione scritta da Eduardo Rovira e modificata da Osvaldo Pugliese: è un tema toccante, tra equilibrio e follia, che rimanda ai sobborghi di Buenos Aires. Si passa a Carlos Gardel (come ignorarlo?), il francese che si innamorò del tango e ne divenne compositore: “Por la cabeza” e la nota “Jealousy” (in italiano divenne “Se amor vuol dire gelosia” nella interpretazione di Nilla Pizzi) sono i suoi pezzi più famosi. Poi esplode tutta la forza e l’energia di “El tango de Roxanne” dalla colonna sonora di ‘Moulin Rouge!”. Ma la parte da leone spetta a Piazzolla: “Adios Nonino”, dedicata alla morte del padre, densa di rabbia e malinconia, e “Oblivion”, struggente e intensa. Seguono “Las cuatro estaciones portenas” (ispirato alle stagioni di Vivaldi): dolcezza, dolore, nostalgia e passione si fondono in un affresco pittoresco di armonie, sincopi, dissonanze e citazioni, come quella felicissima di Pachelbel.
Al bis è riservata immancabilmente “Libertango”, ed il pubblico tributa il suo trionfo.











