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Grano duro, produzione italiana in ripresa, ma restano le criticità su costi e prezzi

I dati appena emersi dall’edizione dei Durum Days, svoltisi a Foggia, delineano il quadro ufficiale e aggiornato sulla campagna del grano duro in Italia.

Dopo anni complessi e segnati da una dura siccità, il comparto registra un’inversione di tendenza sul fronte dei volumi, sebbene rimangano forti preoccupazioni sul piano economico e della redditività per gli agricoltori.

Il dato nazionale: produzione in ripresa

La produzione nazionale di grano duro è stimata in crescita, trainata soprattutto da un meteo più favorevole che ha accompagnato le fasi di crescita e maturazione della pianta.

  • Volume stimato: 3,8 milioni di tonnellate

  • Variazione: +5% rispetto ai 3,6 milioni di tonnellate della scorsa annata.

  • Contesto globale: Anche i grandi player internazionali (Canada, USA, UE e Nord Africa) stimano raccolti positivi. Questo si traduce in un surplus produttivo sui mercati globali che, se da un lato garantisce approvvigionamenti sicuri, dall’altro aumenta l’offerta complessiva.

Il focus sul Mezzogiorno e la Puglia

Il Sud Italia si conferma il cuore pulsante della cerealicoltura nazionale. In questa macro-area si registra il superamento del pesante deficit idrico degli anni passati, un fattore che ha salvato i raccolti in Puglia e Basilicata.

In particolare, la situazione in Puglia (e specificamente nella Capitanata, la provincia di Foggia considerata il “granaio d’Italia”) presenta luci e ombre: La ripresa dei raccolti: I campi pugliesi beneficiano delle piogge e del clima mite del 2026, assicurando ottime rese per ettaro e spingendo la ripresa dei volumi regionali. Il nodo delle superfici coltivate: C’è un dato strutturale allarmante evidenziato dalle associazioni di categoria (come la CIA Agricoltori Italiani della Puglia): negli ultimi anni, le superfici destinate a grano duro sono diminuite del 20%. L’aumento del raccolto del 2026 è dovuto unicamente a una maggiore resa per singolo ettaro grazie al clima, non a un aumento dei terreni coltivati.

Le criticità: prezzi, costi e qualità

Nonostante i granai pieni, il clima tra i produttori del Mezzogiorno è di forte preoccupazione. Le sfide aperte si concentrano su tre fronti:

Redditività a rischio

Dal 2022 a oggi il valore del grano duro riconosciuto ai produttori ha subito un forte calo (con quotazioni che a Foggia oscillano pericolosamente vicine ai costi medi di produzione, stimati attorno ai 1.170 €/ettaro). Con l’aumento dell’offerta globale e la pressione del grano d’importazione, i produttori temono che i prezzi pagati all’origine scendano sotto la soglia di sostenibilità economica.

Qualità (Contenuto Proteico)

Sebbene le quantità siano elevate, i tecnici e i mulini mantengono una riserva sulla qualità del raccolto, in particolare sul livello proteico del chicco, fondamentale per la tenuta alla cottura della pasta 100% italiana.

Contratti di filiera e stabilità

La parola d’ordine emersa dai tavoli di Foggia è “rilancio dei contratti di filiera”. Le associazioni agricole chiedono a gran voce che l’industria pastaia e gli stoccatori riconoscano un prezzo equo e differenziato per il grano duro italiano, per evitare l’abbandono definitivo dei campi al Sud.

L’incognita Geopolitica: Sullo sfondo della campagna 2026 grava l’instabilità dei mercati internazionali. Le fluttuazioni del cambio euro/dollaro, i costi energetici (carburanti e concimi) e le tensioni sui flussi commerciali marittimi restano i veri fattori imprevedibili che potrebbero modificare i marghi di guadagno della filiera da qui ai prossimi mesi.

Il commento di Cia Puglia

“Il lieve incremento della produzione di grano duro previsto per l’annata in corso è positivo, ma non risolve i problemi del settore cerealicolo. Serve una svolta: nei contratti di filiera, occorre che sia riconosciuto il valore della produzione italiana e dei suoi parametri qualitativi nel prezzo al produttore”. E’ Rino Mercuri, presidente provinciale di CIA Agricoltori Italiani Capitanata, a tornare sulla questione più importante per le aziende cerealicole italiane: la redditività.

“Anche l’ISTAT – aggiunge Mercuri – ha certificato che, negli ultimi anni, le superfici coltivate a grano duro sono diminuite del 20%. L’aumento di produzione, infatti, è relativo al differenziale rispetto allo scorso anno ed è dovuto soprattutto alle migliori condizioni climatiche che nel 2026 hanno accompagnato la fase di crescita e maturazione nei campi. Le superfici diminuiscono soprattutto perché dal 2022 c’è stato un vero e proprio crollo del valore del grano duro riconosciuto ai nostri produttori. Ci preoccupa anche la tendenza a voler basare il prezzo del grano duro attraverso i listini privati. Così la situazione può solo peggiorare”.

Sulla questione cerealicola è molto chiaro Gennaro Sicolo, presidente regionale di CIA Puglia: “Quest’anno il Durum Days è stato incentrato soprattutto sul rilancio dei contratti di filiera”, spiega Sicolo. “Questa è certamente una necessità da cui ripartire, ma un tema che non può essere eluso resta la volontà o meno di stoccatori e industriali di compiere un passo in avanti rispetto all’esigenza di tutelare e riconoscere la specificità della produzione italiana. Il grano duro italiano è l’unica materia prima attraverso la quale si può produrre la vera pasta italiana al 100%, prodotto di punta del made in Italy. Comprendiamo la necessità di coprire una parte della produzione con le importazioni, ma prima è necessario utilizzare tutto il grano italiano prodotto e riconoscere ad esso il giusto valore che deriva non solo dai nostri parametri qualitativi, dai superiori standard di sicurezza alimentare, ma anche dall’importanza di non mettere a rischio la stessa esistenza di una tradizione e una innovazione che fanno del grano italiano un patrimonio fondamentale”.

Per CIA Agricoltori Italiani, occorre poi ripartire da un corretto funzionamento della CUN. La Commissione Unica Nazionale sul grano duro, infatti, continua a determinare un prezzo al produttore inferiore ai costi di produzione certificati da ISMEA.

La tanto auspicata attivazione della CUN, per cui l’organizzazione si è battuta con grande determinazione, ad oggi non è ancora stata in grado di trovare un punto di equilibrio tra la parte agricola e quella industriale, partendo dalla perimetrazione oggettiva dei costi di produzione.

Per questo motivo, CIA Puglia torna a lanciare un appello forte al ministro Lollobrigida e all’ISMEA, chiamati a fare in modo che il prezzo al produttore sia determinato a partire dai costi di produzione.

Quegli stessi costi di produzione che hanno subito un’impennata a causa degli aumenti che stanno caratterizzando i prezzi di carburanti, fitofarmaci, energia e concimi. Gli agricoltori non possono continuare a essere l’anello debole della filiera. Il loro lavoro è determinante nel successo della vera pasta italiana realizzata con grano italiano che deve essere equamente remunerato. “Rinnoviamo l’appello ai consumatori italiani: scegliete solo e soltanto la pasta fatta con il 100% di grano italiano: per il benessere e la salute, da una parte, e per la salvaguardia di una concreta sovranità alimentare e sostenibilità economica della cerealicoltura italiana”, ha concluso Sicolo.

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