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Ci sono date che rimangono impresse a fuoco nella coscienza collettiva di una nazione, spartiacque storici in cui il destino di un intero Paese devia irrevocabilmente. Il 19 luglio 1992 rappresenta per l’Italia uno di questi momenti di frattura profonda. La strage di via d’Amelio a Palermo non fu soltanto un efferato atto di sangue criminale, ma un attacco diretto al cuore dello Stato, destinato a cambiare per sempre la percezione sociale, politica e culturale del fenomeno mafioso nel nostro Paese.
La ricostruzione del 19 luglio 1992: l’inferno a Palermo
È una calda domenica d’estate. Alle 16:58, Palermo viene scossa da un boato spaventoso che squarcia il silenzio del pomeriggio. In via Mariano d’Amelio, sotto il palazzo dove vive la madre del magistrato, viene fatta esplodere una Fiat 126 imbottita di circa cento chilogrammi di tritolo. L’onda d’urto è devastante, le fiamme avvolgono le auto parcheggiate, i palazzi tremano e l’aria si riempie di polvere, detriti e fumo nero.
Sotto le macerie perde la vita il procuratore aggiunto di Palermo, Paolo Borsellino, cinquantadue anni, da sempre in prima linea contro Cosa Nostra e reduce dal lancinante dolore per la perdita del collega e fraterno amico Giovanni Falcone, ucciso solo cinquantasette giorni prima a Capaci. Insieme a lui cadono cinque instancabili agenti della sua scorta: Agostino Catalano, Emanuela Loi (prima donna della Polizia di Stato a cadere in servizio), Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina. L’unico superstite della scorta è l’agente Antonino Vullo, che al momento dell’esplosione si trovava a qualche decina di metri di distanza per parcheggiare una delle vetture.
Come via d’Amelio ha cambiato la percezione della lotta alla mafia
La strage di via d’Amelio ha profondamente trasformato il rapporto degli italiani con la criminalità organizzata. Fino ad allora, la mafia era spesso percepita dall’opinione pubblica nazionale come un’emergenza prevalentemente territoriale, una tragica “questione meridionale” o un regolamento di conti interno alle cosche e a specifici ambienti giudiziari.
La ferocia della strategia stragista del 1992 ha invece squarciato questo velo di indifferenza. L’opinione pubblica ha compreso con dolorosa chiarezza che Cosa Nostra rappresentava una minaccia esistenziale per l’intero ordinamento democratico e repubblicano. Da quel momento, la reazione della società civile è stata senza precedenti: dalle lenzuola bianche appese ai balconi di Palermo ai movimenti studenteschi spontanei in tutta Italia, si è formata una nuova e diffusa coscienza antimafia. La legalità ha cessato di essere unicamente una prerogativa delle aule di giustizia per diventare un’istanza morale e collettiva.
Tuttavia, con il passare dei decenni, il pericolo si è fatto più subdolo. Come rileva opportunamente il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani (CNDDU) nel suo documento celebrativo:
“A trentaquattro anni da quella strage il rischio più grave non è l’oblio della memoria, ma l’assuefazione all’illegalità. È la progressiva convinzione che la legalità sia una materia per magistrati, forze dell’ordine e tribunali, mentre rappresenta il fondamento stesso della convivenza democratica, della crescita economica, della libertà d’impresa e della credibilità delle istituzioni.”
La metamorfosi delle mafie contemporanee: una minaccia economica e silenziosa
Oggi la criminalità organizzata non fa più rumore con le bombe, ma agisce nell’ombra della finanza e del tessuto imprenditoriale. Come evidenziato dal CNDDU, “le mafie contemporanee hanno compreso prima dello Stato che il consenso si conquista molto prima dei tribunali. Per questo investono nell’economia legale, nell’usura silenziosa, nella corruzione amministrativa, nelle piattaforme digitali, nella manipolazione del mercato e nelle nuove vulnerabilità sociali.”
I dati del Rapporto SVIMEZ confermano questa complessa evoluzione geografica ed economica. La criminalità organizzata ha ormai assunto una dimensione pienamente nazionale: mentre nel Mezzogiorno continua a esercitare il controllo del territorio, nelle regioni del Centro-Nord opera sempre più attraverso infiltrazioni economiche, riciclaggio e l’acquisizione di imprese sane.
A fronte di questa silenziosa espansione finanziaria, i dati complessivi sulla criminalità indicano che sono stati denunciati in Italia oltre 2,38 milioni di reati in un solo anno. Si tratta di un dato che, secondo i docenti dei diritti umani, impone una profonda riflessione di sistema: “nessuna strategia repressiva, da sola, potrà mai risultare sufficiente se il Paese continuerà a investire molto meno sulla prevenzione culturale che sulla repressione penale.”
Dalla repressione alla prevenzione: la scuola come primo presidio antimafia
Per sconfiggere definitivamente la criminalità organizzata è indispensabile un radicale cambio di paradigma. Se la mafia opera culturalmente per generare rassegnazione e consenso preventivo, lo Stato deve rispondere sul medesimo terreno: quello dell’educazione e della formazione delle coscienze.
Il CNDDU sottolinea con forza che la legalità non può ridursi a una ricorrenza rituale, a uno slogan passeggero o a un semplice progetto extracurricolare. Al contrario, essa costituisce “una competenza civile che si costruisce con continuità attraverso lo studio del diritto, della Costituzione, delle istituzioni e dei meccanismi che regolano la vita democratica.”
In quest’ottica si inserisce l’appello ufficiale rivolto dal Presidente del CNDDU, il Prof. Romano Pesavento, alle istituzioni governative e al Ministero dell’Istruzione e del Merito. La richiesta è chiara: non serve istituire una nuova giornata celebrativa, bensì una politica strutturale della legalità che si traduca in un Piano Straordinario Nazionale per la Cultura della Legalità.
Il Coordinamento chiede nello specifico di destinare risorse strutturali per potenziare l’organico dei docenti delle discipline giuridiche ed economiche, privilegiando le province caratterizzate da una maggiore densità criminale, da più elevati livelli di dispersione scolastica e da particolari fragilità socio-economiche.
“Ogni euro investito nell’educazione giuridica produce un risparmio sociale futuro in termini di minore criminalità, maggiore partecipazione democratica e maggiore fiducia nelle istituzioni. Continuare a considerare il diritto una disciplina marginale significa rinunciare allo strumento educativo più efficace per formare cittadini consapevoli dei propri doveri oltre che dei propri diritti.”
L’insegnamento di Paolo Borsellino: la legalità come movimento culturale
Paolo Borsellino affermava con convinzione che la lotta alla mafia è prima di tutto un movimento culturale e morale. Questa celebre intuizione acquisisce oggi un significato ancora più profondo e drammatico. Le mafie moderne hanno infatti compreso che per governare stabilmente un territorio non è più indispensabile dominarlo militarmente con la violenza delle armi, quanto piuttosto renderlo “culturalmente rassegnato”.
Contrastare questa rassegnazione è il compito fondamentale dell’istituzione scolastica. Il principio di legalità, come argomentato nel manifesto dei docenti dei diritti umani, va inteso come una vera e propria “infrastruttura strategica della Repubblica, al pari della sanità, della sicurezza e delle reti materiali. Dove arretra la cultura della legalità avanzano corruzione, clientelismo, sopraffazione e criminalità; dove cresce la conoscenza del diritto cresce, invece, la capacità dei cittadini di difendere la libertà, pretendere trasparenza e partecipare responsabilmente alla vita pubblica.”
Per onorare autenticamente la memoria di Paolo Borsellino e degli agenti della sua scorta, è necessario che lo Stato compia una scelta di coraggio civile: riconoscere che la prima e più efficace trincea antimafia non si trova esclusivamente nelle procure della Repubblica, ma tra i banchi di scuola.
“La scuola non produce soltanto diplomati. Produce cittadini” conclude la nota del CNDDU. Ogni cattedra di diritto istituita nei territori più difficili d’Italia rappresenta un presidio di libertà e di legalità costituzionale, un argine concreto contro il vuoto sociale che la criminalità è sempre pronta a occupare. La legalità, prima ancora di essere difesa con le sentenze dei tribunali, deve essere insegnata ogni giorno con competenza, autorevolezza e continuità.











