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Vertenza Ex-Ilva: stallo al tavolo del MIMIT. Sindacati all’attacco e indotto in allarme

La lunga e complessa vertenza sindacale dell’ex Ilva si trova di fronte a uno dei momenti probabilmente più complicati della sua storia recente. A seguito della sentenza della Corte d’Appello di Milano — che ha imposto lo spegnimento dell’area a caldo dello stabilimento di Taranto entro 90 giorni —, si è tenuto al Ministero delle Imprese e del Made in Italy (MIMIT) il tavolo tecnico interministeriale tra il Governo, i commissari straordinari e le organizzazioni sindacali.

L’incontro si inserisce in un quadro di fortissima tensione sociale e produttiva: con un conto alla rovescia di circa 80 giorni per evitare il blocco totale dell’area a caldo, la filiera siderurgica italiana e il territorio ionico attendono decisioni politiche definitive.

1. Il tavolo tecnico al MIMIT: la posizione del Governo e dei Commissari

Alla riunione al MIMIT hanno preso parte i rappresentanti tecnici della Presidenza del Consiglio, dei Ministeri dell’Economia, del Lavoro, dell’Ambiente e degli Affari Europei/PNRR, insieme a Invitalia e ai commissari straordinari di Ilva in Amministrazione Straordinaria (AS) e Acciaierie d’Italia (AdI in AS).

Dal ministero e dalla struttura commissariale sono giunte alcune precisazioni sul fronte della gara di cessione e della continuità operativa:

  • Integrità della gara: Il MIMIT ha confermato che proseguono le valutazioni commissariali sulle offerte pervenute per gli asset industriali, precisando che il gruppo indiano Jindal ha confermato il proprio interesse a rimanere in corsa nell’ambito dell’attuale procedura di gara.

  • Analisi di fattibilità: Le amministrazioni statali approfondiranno nelle prossime settimane la sostenibilità tecnica e normativa delle proposte avanzate dalle parti sociali su continuità produttiva, decarbonizzazione, risanamento ambientale e salvaguardia occupazionale.

  • Prospettiva settembre: Il quadro analitico emerso nei vari confronti tecnici convergerà nel vertice politico previsto a Palazzo Chigi all’inizio di settembre, sede in cui l’Esecutivo intende assumere la decisione finale.

2. La protesta dei Sindacati: “Mancano le risposte politiche, serve un vertice a Palazzo Chigi”

Il giudizio delle sigle sindacali (Fim-Cisl, Fiom-Cgil, Uilm e Usb) al termine del tavolo è stato compattamente critico. Le organizzazioni hanno contestato in particolare il livello puramente tecnico dell’interlocuzione e l’assenza dei ministri competenti.

  • Fim-Cisl (Ferdinando Uliano): Il segretario generale ha definito l’incontro un tavolo “solo di ascolto e privo di risposte concrete”, sottolineando che i lavoratori e il territorio chiedono interventi politici immediati. Uliano ha invitato l’Esecutivo a elaborare celermente una proposta definita e a riconvocare i sindacati a Palazzo Chigi prima che sia troppo tardi.

  • Fiom-Cgil (Michele De Palma): Ha bollato il tavolo come “negativo”, ricordando che la posta in gioco coinvolge oltre ventimila lavoratori tra diretti e indotto. De Palma ha evidenziato come “81 giorni siano un margine strettissimo per evitare una bomba sociale” e ha ribadito la necessità di garanzie su continuità salariale, perimetro occupazionale e ridefinizione del bando di gara.

  • Uilm (Davide Sperti): Ha espresso forte insoddisfazione per l’assenza del ministro Urso e per la mancanza di impegni vincolanti, giudicando non rassicurante il rinvio delle decisioni strategiche a settembre.

  • USB: Ha denunciato la mancanza di tutele immediate per l’intero perimetro occupazionale, rilanciando le proprie richieste di un reddito di transizione al 100%, riconoscimento del lavoro usurante e dell’esposizione all’amianto, fino all’ipotesi della nazionalizzazione del gruppo.

3. Il grido dell’Indotto: “Servono un decreto urgente e risorse certe, o sarà la catastrofe”

A margine del tavolo ministeriale, le associazioni datoriali del territorio e dell’indotto — tra cui Confindustria, Confapi, Aigi, Confartigianato e Federmanager — hanno lanciato un drammatico appello congiunto all’Esecutivo.

La richiesta centrale delle imprese fornitrici e dei lavoratori delle ditte d’appalto è l’adozione immediata di un decreto-legge urgente da parte del Governo per gestire la fase di transizione. Secondo le associazioni:

  1. Lo spegnimento dell’area a caldo senza un piano di transizione operativo e finanziato comporterebbe il fermo dell’intero ciclo produttivo, innescando un effetto domino devastante su centinaia di aziende fornitrici.

  2. Il rischio concreto è quello di assistere a licenziamenti di massa, alla desertificazione industriale dell’area ionica e all’impossibilità di proseguire gli stessi interventi di bonifica ambientale.

  3. Le imprese chiedono chiarezza su tempi, responsabilità e copertura economica per evitare che i costi del blocco gravino unicamente sulle aziende e sulle comunità locali.

4. Il calendario dei prossimi confronti e lo scenario politico

La vertenza ex Ilva prosegue con una serrata fitta di appuntamenti:

  • Tavolo Taranto: Focus sui progetti industriali e sulle manifestazioni di interesse presentate da soggetti privati per nuovi investimenti sul territorio ionico, alla presenza di Regione Puglia, Enti locali, Invitalia e CDP.

  • Confronto con le imprese siderurgiche e l’indotto: Incontri dedicati alle rappresentanze di Confindustria, Federacciai, Federmeccanica e alle sigle dell’indotto per valutare le ricadute operative della sentenza.

  • Vertice di settembre a Palazzo Chigi: Sarà il momento decisivo nel quale il Governo Meloni dovrà sciogliere il nodo della compatibilità tra la decisione della magistratura, i vincoli della gara di cessione e la tenuta industriale del Paese.

Sullo sfondo resta il dibattito politico e istituzionale: le forze di opposizione incalzano il Governo chiedendo un intervento pubblico diretto e una chiara strategia per la decarbonizzazione, mentre la maggioranza ribadisce la volontà di salvaguardare la produzione dell’acciaio italiano nel rispetto dei parametri ambientali e normativi.

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