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Era da tempo attesa la decisione di oggi della Corte di Cassazione, e con la pronuncia odierna si può senz’altro dire che la vertenza giudiziaria ed economica dell’ex ILVA sia giunta ad uno snodo molto importante. Nella giornata di oggi, martedì 20 ottobre 2026, le Sezioni Unite Civili della Corte di Cassazione hanno concluso la camera di consiglio sui ricorsi presentati dai commissari straordinari di Acciaierie d’Italia (AdI) e ILVA in AS contro il decreto della Corte d’Appello di Milano, riservandosi la decisione che verrà notificata alle parti nelle prossime ore.
L’udienza ha registrato un importante punto a favore della prosecuzione della produzione: la Procura Generale presso la Suprema Corte ha sollecitato l’accoglimento dei ricorsi delle amministrazioni straordinarie, esprimendo parere contrario allo spegnimento coatto degli altiforni e dell’area a caldo di Taranto.
Il PG della Cassazione: “Manca il bilanciamento tra salute e produzione”
Ripercorrendo le motivazioni dell’ordinanza milanese — che imponeva lo stop della fabbrica entro il 25 ottobre per rischi legati a emissioni e presenza di amianto —, il Sostituto Procuratore Generale Luigi Birritteri ha evidenziato che nel provvedimento di merito «manca un reale bilanciamento tra la tutela fondamentale della salute e la salvaguardia della produzione industriale».
Secondo la Procura Generale, la pericolosità ambientale è stata presunta ma non formalmente accertata secondo rigidi criteri tecnici, e la chiusura dell’area a caldo non rappresenterebbe una misura cautelare temporanea, bensì un atto irreversibile che comprometterebbe per sempre la sopravvivenza economica del sito siderurgico.
I tre scenari della decisione e il vertice ministeriale sulla CIG
Con la riserva formulata dal collegio presieduto dal primo presidente della Suprema Corte, i giudici si trovano ora a valutare tre diverse strade:
Rigetto dei ricorsi (Conferma dello stop): Renderebbe esecutivo il blocco dell’area a caldo entro pochi giorni, costringendo l’azienda all’avvio dello spegnimento graduale dei tre altiforni e all’uscita dal mercato primario dell’acciaio.
Accoglimento con annullamento definitivo: Eliminerebbe l’ordinanza di Milano, consentendo il prosieguo della marcia degli impianti residui e preservando la continuità in vista del piano di reindustrializzazione.
Annullamento con rinvio: Trasmetterebbe gli atti ad un’altra sezione della magistratura di merito per riesaminare la perizia tecnica sul bilanciamento costituzionale.
Nel frattempo, la pressione sociale resta altissima. Proprio in queste ore è stato convocato un tavolo tecnico urgente al Ministero del Lavoro per affrontare la richiesta aziendale di cassa integrazione straordinaria estesa a quasi 9.000 dipendenti in tutta Italia, con le sigle sindacali che chiedono coperture salariali al 100% e scivoli pensionistici per alleggerire gli esuberi in vista del vertice istituzionale del 27 ottobre a Palazzo Chigi.
Focus Puglia e Taranto: tra l’incubo disoccupazione e la tutela della salute
A Taranto, la città risente direttamente dell’effetto combinato dell’attesa giudiziaria e delle vertenze d’indotto. I presidi dei lavoratori e dei sindacati di categoria (Fim, Fiom, Uilm, Usb) proseguono sia lungo le arterie d’accesso allo stabilimento ionico sia presso la Prefettura.
Per la Puglia, la posta in gioco è il futuro del più grande polo siderurgico d’Europa. Lo stop definitivo dell’area a caldo a Taranto comporterebbe un effetto domino immediato: l’impossibilità di alimentare la lavorazione a freddo e i reparti di finitura, la paralisi delle aziende fornitrici dell’indotto locale (con centinaia di crediti non ancora saldati) e la perdita immediata di migliaia di posti di lavoro diretti e indiretti. D’altro canto, la comunità locale esige che qualunque decisione garantisca la salute pubblica e tempi certi per la riconversione ecologica attraverso i forni elettrici e il preridotto.












