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Sarà un’inchiesta destinata a far rumore quella che ieri sera Report, il celebre programma investigativo di Rai 3, ha mandato in onda. Sotto i fari del servizio di Federico Ruffo l’inchiesta Alto Piemonte e l’infiltrazione della ‘ndrangheta nella Curva Sud della Juventus. Ruffo è partito dal suicidio nel 2016 di Raffaello Bucci, ex ultrà e poi collaboratore della società bianconera, poche ore dopo essere stato ascoltato dagli inquirenti, per poi collegare tutta una serie di personaggi più o meno loschi che gravitano tutt’oggi attorno alla società bianconera e nella curva sud dello Juventus Stadium.
“Da quando il calcio è diventato un enorme business, progressivamente oramai da 15-20 anni, sempre più spettacolo e sempre meno sport di popolo, un’industria in grado di produrre una quantità enorme di denaro, è inevitabilmente diventato un obiettivo della criminalità”. Per Pierluigi Spagnolo, giornalista della Gazzetta dello Sport e autore del libro “I ribelli degli stadi. Una storia del movimento ultras italiano”, è quindi il calcio uno dei naturali approdi della malavita e del malaffare. Sia chiaro: né la Juventus né alcun suo dipendente è mai stato indagato, accusato o processato per quanto emerso nell’inchiesta.
E’ però altrettanto chiaro che alcuni gruppi ultras tenessero in pugno la società. Cosa emersa anche dalle motivazioni della del 12 ottobre scorso riguardo al processo d’appello Alto Piemonte, celebrato a Torino e terminato lo scorso luglio. “La società – è scritto – era ben disposta a fornire ai gruppi ultras cospicue quote di biglietti e abbonamenti perché li rivendessero, ottenendo in contropartita l’impegno a non porre in essere azioni violente per spartirsi l’affare. Dominello (accusato di associazione mafiosa e leader di uno dei gruppi di rtifosi juve, ndr) garantiva l’equilibrio grazie alla sua ‘influenza’. La forza di intimidazione del sodalizio, tangibile per i dirigenti della Juventus, era spesa, silenziosamente, ma con indubbia capacità persuasiva, verso le migliaia di facinorosi dello stadio”.
Calcio e denaro
“Il calcio può far guadagnare molto denaro in breve tempo. – dice Spagnolo – E gestire la curva dello stadio di una grande squadra di calcio (tra biglietti, gadget, merchandising, organizzazione dei pullman o dei voli per le trasferte dei tifosi) può far guadagnare migliaia di euro a partita, anche decine di migliaia di euro. Ed ecco che le mafie lo hanno capito e si sono progressivamente avvicinate al calcio, sia cercando di prendere possesso delle curve (soprattutto nelle medio/grandi tifoserie) che gestendo direttamente i club (soprattutto nelle categorie medio/basse). Sta alle società di calcio serie e solide e ai gruppi ultras storici, a quelli a cui interessa davvero solo il tifo e l’aggregazione che si genera negli stadi, il compito di tenere lontane dal calcio le mire affaristiche dei clan malavitosi”.
Ultras
C’è però anche del buono sugli spalti, secondo Spagnolo, ed è spesso necessario fare i dovuti distinguo. “Gli ultras però sono un’altra cosa, rispetto a ciò che abbiamo visto lunedì sera in tv. Piaccia o no, gli ultras sono semplicemente dei tifosi che per troppa passione possono arrivare anche a fare a botte per la squadra, a finire nei guai per il proprio gruppo. Ma di certo non sono ultras, almeno nell’accezione che ne do io, quelli che si arricchiscono speculando o taglieggiando la propria squadra. L’errore adesso può essere quello di generalizzare, di immaginare tutti gli ultras come degli affaristi senza scrupoli, contigui o interni alle organizzazioni malavitose. Non è così. La stragrande maggioranza dei frequentatori delle curve italiane è composta da persone che per passione per il calcio ci rimettono denaro, tempo e salute, non è gente che si arricchisce”.
Criminali, non tifosi
Negli ultimi anni si sono sempre più confusi i ruoli e i gruppi tifosi negli stadi: “I casi raccontati da Report riguardano soggetti che vanno classificati come criminali puri, che agiscono negli stadi e nell’ambito del calcio, ma di certo non come ultras”. E anche la Puglia in momenti diversi ha avuto a che fare con la torbida commistione tra calcio e illegalità. I fatti di Bari dei primi anni 2000, poi la scommessopoli di Bari e Lecce, gli stipendi “in nero” del Foggia, fino agli arresti domiciliari dell’ex presidente del Bari Cosmo Gianaspro, in una vicenda ancora tutta da chiarire. “Se le ipotesi della procura venissero confermate dall’eventuale processo, sarebbe la riprova che anche da noi in Puglia il mondo del pallone è finito nelle mani di personaggi poco rispettabili, con interessi ben lontani dai valori della competizione sportiva”.
Di seguito il video che gli autori di Report hanno condiviso sul proprio profilo facebook.











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