“Il genio degli uccelli”: un libro ci rivela l’intelligenza dei nostri compagni alati

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Uccelli in città

Il piccolo canarino che vediamo in gabbia, il maestoso corvo che gracchia quasi fastidiosamente, l’imponente aquila che speriamo di scorgere durante una passeggiata in montagna, l’audace passerotto che cerca di impossessarsi delle briciole della nostra colazione sotto il tavolino di qualche bar.

Gli uccelli sono parte delle nostre esistenze, compagni di viaggio in un pianeta che hanno, in un modo o nell’altro, dominato per milioni di anni con la leggerezza del loro volo e la poesia del loro canto. È stato da poco pubblicato in Italia, per le edizioni La Nave di Teseo, un libro dedicato a questi straordinari animali: “Il genio degli uccelli” di Jennifer Ackerman.

Il titolo può sembrare insolito, considerando che per decenni gli uccelli sono stati additati come esseri viventi non dotati di particolare intelligenza. Quante volte avrete sentito insultare qualcuno con l’epiteto “cervello di gallina”?

Jennifer Ackerman, giornalista scientifica, collaboratrice di riviste quali “Scientific American”, “National Geographic Magazine” e “The New York Times”, guida il lettore nel mondo della ricerca ornitologica ed etologica, tra racconti personali, studi e aneddoti. Tante storie, alcune pescate nel quotidiano e quindi vicine al vissuto di un qualsiasi lettore, con un inedito fil rouge: fornirci prove dell’intelligenza degli uccelli.

Dalla lettura s’impara in fretta che l’analisi dei comportamenti degli uccelli per rivelarne capacità intellettive è un terreno minato. Prima di tutto perché è difficile dare una definizione di intelligenza. Attualmente gli esperti affermano che l’intelligenza è “l’abilità di risolvere problemi e di adattarsi e imparare dall’esperienza” ma rimane complesso riuscire a misurarla in maniera oggettiva: troppe sono le variabili in gioco da valutare e controllare. Lo è per gli uomini e diviene una vera e propria sfida quando si tratta di animali.

Quante volte abbiamo trattato il nostro animale domestico, il nostro fedele amico (che sia un cane, un gatto o un pesciolino rosso) come una persona? Abbiamo intravisto nei suoi gesti e nei suoi sguardi qualcosa che ci è sembrato assolutamente umano. Questa è una trappola in cui spesso si può cadere ma un etologo non può esser tratto in inganno: il dare una lettura umana delle caratteristiche osservabili negli uccelli (come nel resto della fauna, domestica o selvatica), definito antropomorfismo, non aiuta nell’applicazione del rigore necessario nella ricerca scientifica. Noi uomini, si sa, siamo antropocentrici ma, quando parliamo di intelligenza nel mondo animale, è indispensabile cambiare sistema di riferimento, rimanere oggettivi, non usare gli stessi strumenti di valutazione che adoperiamo per la nostra specie.

La stessa Ackerman ci mette in guardia da questo atteggiamento: “Per noi uomini è un impulso naturale proiettare la nostra esperienza personale sulla natura di altre creature, ma questo modo di procedere può portarci fuori strada, e di fatto lo fa. Gli uccelli, come gli atri esseri umani, appartengono al regno Animalia, phylum Chordata, subphylum Vertebrata. Ma qui la discendenza comune si ferma. Gli uccelli rientrano nella classe Aves, noi nella Mammalia. E questa biforcazione comporta una colossale differenza biologica”.

Con queste premesse, perdendoci tra laboratori di ricerca, regioni incontaminate, paesaggi evocativi ma anche più comuni cortili e luoghi urbanizzati, l’autrice ci mostra e dimostra quanto effettivamente gli uccelli, la cui straordinarietà spesso viene ridotta alla sola capacità di spiccare il volo, siano invece in grado di manifestare incredibili abilità.

Gli uccelli apprendono: le cinciallegre e le cinciarelle del Regno Unito sono riuscite ad acquisire la capacità di aprire i tappi di cartone delle bottiglie di latte lasciate davanti alle porte delle case per cibarsi del goloso strato superficiale di panna; i corvi sono estremamente abili nella manipolazione di strumenti come uomini e primati; gli uccelli canori imparano i propri canti come facciamo noi con le lingue e trasmettono alla prole questo patrimonio “culturale”; insegnano ai giovani a costruire pergolati che possano attrarre una femmina anche i famosi uccelli giardinieri della Nuova Guinea e dell’Australia. Per non parlare dei bistrattati piccioni, dal senso dell’orientamento leggendario che li ha resi messaggeri alati, corrieri e spie, dai tempi degli antichi romani sino al secondo conflitto mondiale. Tra i tantissimi esempi ci sono anche gli ubiquitari passeri, maestri dell’adattamento.

Proprio a partire dall’abilità del passero di adattarsi a un ambiente spesso estremamente modificato come le città, il testo ci pone davanti a una riflessione più ampia: questa forma di intelligenza e le altre documentate nel testo permetteranno agli uccelli di fronteggiare i grandi cambiamenti di cui il nostro pianeta sarà protagonista nei prossimi anni? Il riscaldamento globale con la conseguente trasformazione degli habitat, lo sfruttamento e la distruzione di intere aree a favore dello sviluppo urbano e agricolo. Tali minacce metteranno a repentaglio la vita di questi esseri e l’estrema biodiversità che caratterizza questa classe di animali?

Allo stato attuale esistono 247 famiglie di uccelli e più di 10.000 specie scoperte, una grande diversità se confrontata con altri gruppi di vertebrati (i mammiferi ne contano intorno a 5.500 specie e i rettili circa 9.500). In passato questi animali hanno già dimostrato di poter affrontare l’estinzione: tutte le specie di volatili conosciute discendono dai dinosauri. Grazie ai più recenti studi effettuati su DNA e fossili, sappiamo che almeno tre linee evolutive degli uccelli presenti ai giorni nostri – Palaeognathae, Galloanserae e Neoaves – sono apparse nel Cretaceo riuscendo a superare l’estinzione di massa avvenuta 66 milioni di anni fa. I sopravvissuti si diversificarono rapidamente e si diffusero nell’intero globo.

Gli uccelli riusciranno a affrontare con il loro genio questa nuova crisi? Jennifer Ackerman ci ricorda: “Comunque sia, anche se possiamo pensare all’intelligenza come a qualcosa di vantaggioso tout court, non sempre è così”.

La partita per la sopravvivenza è ancora tutta da giocare. Del resto l’uomo, Homo sapiens, l’animale sapiente per antonomasia (seppur in maniera differente rispetto agli altri esseri viventi, come abbiamo già detto), continua ad abusare delle risorse a sua disposizione e, ad oggi, anche dopo aver creato e distrutto civiltà, aver raggiunto conoscenze approfondite del mondo che lo circonda, aver superato traguardi tecnologici inimmaginabili, non sa come affrontare il declino a cui sta andando visibilmente incontro. Come ci insegnano le pagine di questo libro, un cervello grande non è sempre sinonimo di una grande intelligenza.

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