Più che la conclusione di una trilogia, Glass è la pietra tombale sulla prima parte della carriera di M. Night Shyamalan, se vogliamo credere alle parole del cineasta per cui questa pellicola rappresenta la fine di un lungo ciclo personale.
Lungo più di vent’anni, da quando con “Il sesto senso”, sua terza fatica registica, riuscì a sconvolgere positivamente mezzo mondo con un thriller soprannaturale quasi perfetto e padre di uno dei colpi di scena più clamorosi della cinematografia del ‘900, il famoso “twist” che tanto amano gli spettatori. Nel 2000, Shyamalan rinverdì in parte i fasti con “Unbreakble”, in cui un depresso Bruce Willis scopre di avere i superpoteri e decide di combattere il crimine con l’aiuto del suo mentore Samuel Jackson (e vai con un altro twist finale che fa saltare tutti dalla sedia). A seguire, una serie di minestroni indigesti e piccoli barlumi di speranza, “Lady in the Water” e “E venne il giorno” contro “The Visit” e “Signs”, tutta roba che nel bene e nel male hanno affossato lentamente il prodigio svelandone la ripetitività e, talvolta, l’egocentrismo di chi pensa di poter sempre e comunque piacere al pubblico.
Nel 2016 qualcosa cambia, non benissimo ma ci siamo quasi. “Split” riporta in auge il regista, grazie anche alla straordinaria intepretazione di James McAVoy che moltiplica all’ennesima potenza le personalità surclassando addirittura certi signori come Anthony Perkins, John Lightwood e Michael Caine, tutta gente che si è ritrovata magistralmente ad affrontare ruoli in cui il doppio, ma anche il quintuplo, era la radice della storia e, di conseguenza, la loro performance.
Qui, il protagonista Kevin è uno psicopatico affetto da 24 personalità che sfociano tutte nella Bestia, una specie di Hulk devastante e cannibale, forgiato da un0’infanzia piena di abusi e dal lavoro nello zoo. Scappato nel finale alla cattura, è braccato dalla polizia e, ovviamente, colpo di scena: in un bar in cui una tv trasmette il notiziario con le news sul fuggitivo, fa la sua comparsa per tre secondi David, il Bruce Willis di “Unbreakble”, che sta per mettersi sulle tracce del mostro. Fine.
Shyamalan fa cappottare dalla poltrona tutti, nessuno si aspettava un collegamento con una pellicola di sedici anni prima, e un senso a tutto questo c’era, magari deciso all’ultimo secondo dall’autore, ma plausibile: siamo nel regno dei fumetti, quelli amati da Elijah/Jackson che ha dedicato la propria vita alla ricerca dell’eroe indistruttibile a costo della vita di centinaia di persone. Dopo l’eroe, serviva il villain… ed ecco Kevin.
Ed ecco “Glass”.
Ora, prendete tutte queste idee, mettetele nella testa di qualcuno della Marvel e nelle mani dei maghi degli effetti speciali e otterrete un comic-movie in piena regola, con il pedale più spinto verso l’introspezione. Puro enterteinment, certo, ma di sicuro effetto e presa sul pubblico, soprattutto dopo le premesse fatte nelle due precedenti pellicole e anche all’inizio di questa ultima parte della trilogia.
Ma Shyamalan non perde il vizio di voler fare tutto di testa sua senza controllo, sempre in preda a quella dannata mania di egocentrismo che, anche questa volta, lo risucchia in un vortice di non sense, noia, dialoghi degni di un istituto geriatrico, frasi sparate col cannone che fanno rimpiangere i film con Dolph Ludgren e Steven Seagal.
Già, perchè lo scontro tra David E La Bestia comincia in un istituto psichiatrico, dove i due supereroi (ribadisco: due persone dotate di forza sovrumana che finiscono rinchiuse in un manicomio…), si ritroveranno in una stanza a fare terapia di gruppo insieme ad Elijah e sotto la supervisione di una psichiatra (Sarah Paulson) che tenterà in tutti i modi di instillare nei tre la convinzione di non essere creature superiori (dove Elijah è il Master Mind, una sorta di Nick Fury insomma…). Elijah, l’uomo di vetro dalle ossa fragili come il cristallo, non parla da anni fino a quando non si ritrova con i due colleghi, e qui la cosa diventa ridicola.
Era tutto un piano per radunare i tre ordito da Mister Glass (così autodefinitosi Elijah in cerca disperata di un nome cazzuto per darsi un tono) per portare allo scontro finale David e La Bestia. Tutto dovrebbe avvenire sulla cima del più alto grattacielo di Philadelphia, cosa sbandierata per tre quarti di film, e lo spettatore non fa altro che attendere l’epico momento gustandosi una scena alla King Kong sull’Empire State Building.
E’ qui che casca Shyamalan, il momento in cui la sua arroganza narrativa viene fuori con tutto l’impeto, infilando uno showdown epicamente fallimentare e riducendo lo scontro tra i due fenomeni nel cortile del manicomio, a colpi di cazzottoni e macchina da presa in POV capace di causare il vomito nello spettatore. Un tentativo maldestro e irritante di sovvertire le regole della narrazione, provando a stupire con un’involuzione dell’azione, dove la sola cosa originale è proporre il duello alla luce del sole e non, come spesso accade, in notturna e sotto i riflettori di elicotteri.
Non pago, il regista inanella una serie di colpi di scena che dovrebbero contribuire a dare un senso alla trilogia, linkando ogni storia narrando la causa-effetto di ogni azione precedente negli altri film, il famoso filo rosso che lega tutti i protagonisti, in male.
Se tutto questo non fosse sufficiente, ecco che arriva la terza botta, con la confessione della psichiatra che è, in realtà, un’agente di un’organizzazione segreta devota all’annientamento di tutti i supereroi del mondo per garantire un equilibrio globale. Salvo poi, quando oramai tutti sono esamini e stecchiti sul prato, scoprire che Elijah aveva come sempre previsto tutto e che centinaia di telecamere avevano filmato il piano della dottoressa. Il sacrificio dei tre protagonisti non è stato vano, tant’è che i parenti dei tre si tengono per mano alla faccia di quello che i loro cari hanno causato alle loro vite in un gioco di specchi spregiudicato e irrazionale.
Prescindendo dall’assurdità e dalla puerilità di come tutta la storia viene trattata, resta la rabbia per un’occasione sprecata oltre ogni limite. “Glass” distrugge e rade al suolo tutto quello che, soprattutto “Split”, aveva creato di buono, riportando tutto sul piano della banalità e della stupidità. Regia pessima, attori annoiati (a parte il sempre miracoloso McAvoy), dialoghi strampalati e involontariamente comici, quasi offensivi per un pubblico senziente.
Night Shyamalan chiude il cerchio saltando nello specchio, infrangendolo, come ha fatto sin qui con la propria carriera e con le gonadi degli spettatori. Pellicola strombazzata e annunciata come l’evento dell’anno, “Glass” è destinato ad essere l’ultimo chiodo sulla carriera di un promettente cineasta e sceneggiatore. Almeno sulla prima parte. Se ce ne sarà una seconda, ci auguriamo che la smetta di prendere in giro tutti con false aspettative e che scenda dal piedistallo. Perché il bel gioco dura poco e Shyamalan non lo ha capito da troppi anni (e film) a questa parte.











