L’associazione “Nel gioco del jazz” non si occupa solo di jazz, come già evidenziato in altre occasioni, ma anche di musica classica e altre forme di espressione musicale, con uno sguardo attento a una produzione sempre di qualità curata dal maestro Pietro Laera. Questa volta la scelta è caduta sul flamenco e per una volta, forse la prima, la musica ha ceduto il passo alla danza.
Il flamenco è un ballo di grande impatto che affascina e coinvolge: per praticarlo bisogna amarlo, sentirlo, bisogna viverlo, in una parola! Ed è quello che è successo a Dario Carbonelli, coreuta italiano che, dopo gli studi all’Accademia Nazionale di Danza di Roma si è lasciato andare alla passione per il flamenco: per studiarlo meglio è andato a Madrid, prima, e a Siviglia poi. Solo stando sul posto e con maestri spagnoli, come Alicia Marquez e Isabel Fernandez Carrillo, è stato possibile assimilare atmosfera ed esperienza, e soprattutto approfondire una tecnica complessa. Il flamenco nacque alla fine del ‘700 ad opera di gitani, con grandi influenze mozarabiche e orientali. Era una danza individuale accompagnata esclusivamente dal battito delle mani o dei tacchi sul pavimento; in seguito furono aggiunti canto, chitarra e cajon, una cassa sulla quale battere il tempo.
In Spagna Dario fa sua quella cultura, torna a Roma e comincia la sua attività, fondando una scuola a sua volta e formando periodicamente dei gruppi di ballo con i quali si esibisce nei teatri d’Italia. Con la Compagnia Flamenco Nuevo si è presentato sul palcoscenico del Teatro Forma. Con lui Riccardo Garcia Rubi alla chitarra, Ana Rita Rosarillo vocalist, tre danzatrici italiane (Martinica Ferrara Strova, Michela Mancini e Federika Lovisi Roca) e la madrilena Cristina Benitez, solista.
Lo spettacolo è tutto godibile e passa in rassegna i vari stili del flamenco, “palos”, con tutta l’intensità espressiva che questa danza richiede. Infatti uno degli elementi importanti è proprio la capacità interpretativa del “bailaores”, che devono esprimere gioie e, soprattutto, dolore, malinconia, solitudine, da esorcizzare e allontanare. Sì, perchè i canti sono di solito lamenti, tutti giocati su un registro medio e grave, con toni velati. Gli stati emozionali, “duende”, diventano impeto nei movimenti, ora teneri e sinuosi nelle donne, ora bruschi, sobri e decisi negli uomini. Il “duende” si traduce nei volti dei ballerini con sguardi di sfida, provocazione; una fierezza che è dignità pur nella condizione di povertà e miseria. E se la Martinica Ferrara Strova è grintosa e determinata, quasi minacciosa nello sguardo, la Benitez predilige atteggiamenti più leggiadri e briosi. Carbonelli esalta lo stile del ballerino solitario, introverso, concentrato nei movimenti verso il basso. Ma i passi a due sono i più deliziosi e pittoreschi, specialmente negli abiti dalle tinte vivaci che riprendono la solarità dell’Andalusia. Gli intermezzi musicali alla chitarra di Garcia Rubi e i canti (anche a cappella) di Rosarillo non fanno che accrescere intensità e atmosfera.
Lo spettacolo si chiude con “Fin de fiesta”, danza purificatrice e liberatoria alla quale partecipano tutti i ballerini, in una girandola di figure e colori che accende gli entusiasmi. Le ripetute richieste di bis si placano solo quando Dario Carbonelli invita sul palco altri due ballerini di flamenco seduti fra gli spettatori. Danzando tutti insieme escono di scena.
“Il flamenco esprime esattamente lo stato d’animo che vivi in quel momento” (Cristina Benitez)




















