Quella di Winston Churchill è stata una figura gigantesca nella storia del ‘900, capace con il suo acume di mutare le sorti dell’Europa: ancora adesso il dibattito sulla  complessa eredità che ha lasciato resta aperto. La sua personalità, eccentrica per il ruolo che ha ricoperto, indica un uomo dai facili e innumerevoli eccessi, ma dalla genialità indiscussa. D’altro canto se ci piace considerarlo un genio dobbiamo accettarne la sregolatezza. Carlo Giuseppe Gabardini, dopo un lungo lavoro di ricerca su documenti privati e discorsi pubblici, ne ha scritto un libro, “Churchill, il vizio della democrazia”, in cui va a scavare il rapporto tra il Winston privato e il Churchill politico, due mondi che si intersecano e che hanno significato solo se non presi separatamente. Dal libro è stata poi tratta la pièce teatrale in un atto unico (con la regia di Paola Rota) che Giuseppe Battiston sta portando da 2 mesi nei teatri italiani.

Non c’è una trama. Churchill, fuori dalla vita politica, è un anziano signore di circa 80 anni, bisognoso di cure: non dimentichiamo che nel corso della sua vita ebbe vari ictus e infarti. Accanto a lui c’è l’infermiera Margaret (l’attrice Maria Roveran), in uno scenario semplice ed essenziale: una poltrona che troneggia, un telefono, un tavolino per i medicinali, una radio, un mobile bar a forma di mappamondo. Con magistrale ironia il protagonista si racconta,  a spezzoni, andando indietro nel tempo per scattare subito dopo al presente: ne emergono pregi e difetti, virtù e vizi dichiarati, accettati, vissuti con consapevolezza. Churchill aveva varie passioni: allevava farfalle, si occupava di scienza, esoterismo, pittura, amava i gatti; era giocatore d’azzardo, ateo, misogino.

Whisky e fumo non mancano mai, anche contro le proibizioni dei medici e in pratica lo aiutano a combattere il “cane nero”, quella depressione che lo accompagnò negli ultimi anni della vita. Un malessere il suo, che affonda le radici nella disfatta dei Dardanelli del 1915, che costò la vita a 43.000 soldati inglesi, e nel suicidio della figlia. Ma non ci sono rimpianti: solo orgoglio, coraggio, e uno spirito combattivo che lo porta a giustificare i vizi, mai nascosti ipocritamente.

Non è una lezione di storia, né si possono desumere indicazioni per la politica di oggi.

Sappiamo solo che Churchill, in tempi non sospetti, era un europeista convinto. Ma dal confronto ci si aspettano risposte a interrogativi urgenti: “Può un uomo da solo cambiare il mondo?”, “Ho fatto veramente del mio meglio?” “Cosa vuol dire rappresentare il proprio popolo, esserne il portavoce responsabile?”. Il suo comportamento era improntato alla lungimiranza: “non gestire il presente, ma preparare il futuro”. Così tra aforismi, citazioni e battute taglienti la pièce si svolge con una drammaturgia non convenzionale, soprattutto come opera letteraria, mettendo a nudo una personalità possibile.

Giuseppe Battiston (3 David di Donatello, 2 Nastri d’Argento e un Premio Ubu) è impeccabile nel rendere il personaggio, ironico, irascibile, determinato. Il suo è un atto d’amore verso una figura che lo ha sempre affascinato, alla ricerca di ciò che potrebbe insegnare all’uomo di oggi. Maria Roveran è una indispensabile “spalla”, diligente e accattivante: interpreta brillantemente anche due canzoni col profilo fiocamente illuminato sul fondo. Buona la scelta musicale di Angelo Longo.

E quando l’attore/personaggio esce di scena come aprendo una porta alle sue spalle, torna alla mente un’altra citazione di Churchill: “Sono pronto ad incontrare il Creatore se anche Lui è pronto all’ardua prova che lo attende quando mi incontrerà”.

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