A Trani si aggiustavano processi e si fabbricavano sentenze su misura per ottenere vantaggi personali. Proseguono, lunghe e complesse, le indagini sui tre magistrati del Tribunale di Trani che avrebbero ricevuto soldi e favori in cambio dell’aggiustamento di sentenze.
Proseguono gli interrogatori dei magistrati di Lecce che indagano sui colleghi (in un caso ex, in quanto Savasta, uno dei tre rogati coinvolti ha già lasciato la magistratura) che stanno cercando di ricostruire puntualmente i capi di accusa. Il magistrato di Trani Luigi Scimè, attualmente in servizio alla Corte d’appello di Salerno, avrebbe ricevuto secondo l’accusa, dall’imprenditore Flavio D’Introno 75mila euro in tre diverse tranche per alcuni procedimenti penali che lo vedevano direttamente coinvolto. Anche all’ex Pm di Trani sono stati notificati gli avvisi di garanzia per l’incidente probatorio.
Per questo la Procura di Lecce contesta al magistrato il reato di corruzione in concorso con i suoi colleghi Antonio Savasta (che dopo l’arresto si è dimesso alla magistratura) e Michele Nardi, con l’imprenditore D’Introno, con il poliziotto Vincenzo Di Chiaro e con l’avvocato Simona Cuomo.
Gli episodi ricostruiti dai magistrati salentini, anche grazie alle dichiarazioni rese dopo l’arresto da alcuni co-indagati, riguardano quattro diversi procedimenti penali istruiti dalla Procura di Trani tra il 2012 e il 2016.
In una occasione Scimè, preparando la requisitoria con Savasta di un processo a carico di D’Introno del quale era titolare, formulò – secondo l’accusa su esplicita richiesta di Nardi – “richiesta parziale di assoluzione e di condanna per una parte dei reati per i quali i magistrati ritenevano di poter giungere ad una declaratoria di prescrizione nelle successive fasi di giudizio”, ottenendo in cambio 30 mila euro. In un altro processo chiese il rinvio a giudizio per calunnia nei confronti di due accusatori di D’Introno (ottenendo una presunta tangente di 15 mila euro).
Ancora, chiese l’archiviazione di due procedimenti relativi all’incendio di due ville di proprietà della moglie dell’imprenditore e al danneggiamento di una delle due ville (in cambio di 30 mila euro complessivi), “sì da favorire D’Introno il quale aveva interesse ad una rapida liquidazione dell’indennizzo da parte dell’assicurazione”.











