60 anni fa, il 17 luglio del 1959, ci lasciava una delle più grandi star della musica jazz contemporanea, Billie Holiday nota anche come Lady Day, nome d’arte di Eleanora Fagan Gough.
Donna dall’affascinante bellezza e dalla personalità poliedrica: unica e complessa, con l’animo perennemente inquieto e malinconico, segnato da una vita fortemente travagliata; amava la solitudine, ma soprattutto il dolore l’aveva resa indipendente e determinata, tanto da non rinunciare mai alla sua più grande passione, la musica.
Così tra alti e bassi, trionfi e cadute, Billie divenne l’icona più amata nel mondo jazz contemporaneo, influenzando numerosi artisti anche dopo la sua morte, tra questi ricordiamo Janis Joplin e Nina Simone.
Billie nacque a Baltimora, Maryland, il 7 aprile 1915, e quando venne alla luce i suoi genitori, Clarence Holida, suonatore di banjo, e Sadie Fagan, ballerina di fila, erano ancora adolescenti.
Billie ebbe un’infanzia molto travagliata: il padre, allora solo sedicenne, decise di non occuparsi di lei, lasciandola presto per seguire le orchestre itineranti con cui suonava, mentre la mamma, che lavorava come domestica a New York, decise di affidarla completamente a sua cugina, che la trattava molto duramente.
Billie, vittima a soli 10 anni di stupro, decise presto di raggiungere sua madre a New York e per guadagnarsi da vivere dovette prostituirsi in un bordello clandestino di Hallerm, scoperto in seguito dalla polizia, che la condannò a quattro mesi di carcere. Una volta in libertà, a soli quindici anni, per evitare di tornare a prostituirsi, fu costretta a trovare lavoro in qualche locale notturno, iniziando così la lunga carriera di cantante nei nightclub di Harlem. In questo periodo prese il soprannome di “Lady”, ovvero “la signora”, perché si rifiutava di raccogliere le mance ai tavoli, come facevano le altre, prendendo le banconote tra le cosce.
Nel 1933 mentre cantava, fu notata dal produttore John Hammond, noto per aver lanciato le carriere di Bob Dylan e di Aretha Franklin, che le organizzò alcune sedute in sala d’incisione con suo cognato Benny Goodman e nel 1935 riuscì a procurarle un contratto con il pianista Teddy Wilson per alcune brani sotto l’etichetta Brunswick, che la portarono ad avere grande successo. Successivamente lavorò con grandi nomi del jazz come Count Basie, Artie Shaw e Lester Young, al quale fu legata da un intenso rapporto d’amicizia. Una volta sul palcoscenico si trasformava in Lady Day, portando sempre con sè una gardenia bianca tra i capelli, che divenne il suo segno distintivo. Fu costantemente in lotta contro le discriminazioni razziali, infatti fu tra le prime cantanti nere ad esibirsi assieme ai musicisti bianchi, inoltre nel ‘39 eseguì con coraggio per la prima volta, nel nightclub Café Society di New York, il brano Strange Fruit, una sorta di denuncia contro i linciaggi dei neri nel sud degli Stati Uniti, diventando un vero e proprio inno del movimento per i diritti civili.
Successivamente ai suoi primi grandi riconoscimenti, la sua vita venne travolta duramente da relazioni burrascose, problemi finanziari e dalla forte dipendenza all’alcool e alla droga che la portarono ad avere complicazioni sulla sua voce e ripercussioni serie nella sua carriera.
Tra le canzoni più importanti del suo repertorio ricordiamo: God Bless the Child, da lei composta, Lover man, The man I Love, I love you Porgy, Billy’s blues, Fine and Mellow e Stormy Weather.
Una grandissima voce che, ancora oggi regala emozioni come soltanto il jazz sa fare.











