“Sento parlare la signora Rosy Bindi? È sempre più bella che intelligente. (…) Non mi interessa nulla di quello che lei eccepisce.” La prima pietra tombale sulla Bindi la ebbe a porgere Silvio Berlusconi una decina d’anni fa, nella memorabile telefonata di Porta a Porta.
Anche De Luca non fu tenero: “Lista degli impresentabili? Una cosa infame, da ucciderla.” È evidente che non abbia mai riscontrato grandi simpatie nel parterre politico, anche se poi il più fine epuratore – rottamatore, Matteo Renzi, con maggiore galanteria l’ha fatta uscire di scena, non regalandone l’ottava ricandidatura in Parlamento.
Ora è tornata. Da quando l’ex Premier di Firenze s’è lanciato nel suo egoico progetto personale, si è rimaterializzata Rosy Bindi nella Direzione PD: “La scissione mi ha sorpreso? Ovviamente no: non mi sono mai fidata di lui.” Allo stesso tempo teme altre uscite dal partito, oltre che – si augura – una civilizzazione dei 5Stelle, portandoli, non si capisce bene in quali termini non lo siano, nella democrazia Costituzionale.
Al di là delle reazioni altrui più o meno scomposte, possiamo pure dire che la Bindi i galloni d’antipatia se li è guadagnati tutti sul campo, da vera combattente del fronte antipatia permanente. Una specie di Boldrini d’antan, un precursore, ventilava i prodromi della saccenza femminile al potere.











