L’organo Hammond fu progettato e costruito da Laurens Hammond nel 1935 in alternativa ai costosi e imponenti organi a canne delle chiese. Destinato ai canti gospel il suo suono si prestò ad altri utilizzi, dalla musica pop al blues. Fu poi con Jimmy Smith che lo strumento ufficializzò il suo ingresso sui palcoscenici e nelle sale di registrazione, confrontandosi col jazz e il rock.
L’altro protagonista di questo articolo è Brian Auger, che, riprendendo l’ispirazione di Smith, esplose sulla scena alla fine degli anni ’60 grazie a “The Tiger”, un pezzo di poco più di due minuti in cui era proprio l’Hammond a fare la parte del leone. L’organo riscosse subito molte simpatie e finì per essere adottato da musicisti come Keith Emerson, Rick Wakeman, John Lord, Billy Preston, Steve Winwood. Ma mentre negli altri gruppi lo strumento serviva ad accompagnare, con Auger e i suoi Trinity prima e gli Oblivion Express dopo, l’Hammond assunse un ruolo di primo piano, finendo presto per sconfinare nel progressive rock e nel jazz.
Brian Auger, londinese, 80 anni “suonati”, sempre attivo sui palcoscenici di mezzo mondo, rimane il più autorevole organista dell’Hammond. La sua carriera è arricchita da una infinità di collaborazioni: John Mayall, McLaughlin, Eric Burdon, Billy Cobham, Chris Farlowe, Led Zeppelin. Non mancano artisti italiani come Mango, Mina, Giuni Russo e Zucchero, ma nella mente di chi lo ha seguito nei primi dischi rimane impressa la figura di Julie Driscoll, autentica musa del rhythm and blues britannico a cavallo degli anni ‘60/’70. Canzoni come “Save me”, “Wheels on Fire”, “Let the Sunshine in”, “Tramp” restano stampate nella memoria in maniera indelebile.
Auger: “La prima volta a Bari nel 1958 su una motocicletta in veste di turista”
L’associazione “Nel gioco del jazz” ha invitato il tastierista a Bari per la rassegna “Adelante”. L’occasione è stata ghiotta per avvicinarlo prima del concerto, grazie alla preziosa collaborazione degli organizzatori. Ci ha raccontato del suo amore per le tastiere all’età di quattro anni, quando suonava una pianola e amava il Guglielmo Tell di Rossini; del suo arrivo a Bari per la prima volta nel 1958 su una motocicletta in veste di turista; di come un gatto nero vicino casa sua gli abbia ispirato “Black Cat” e di quella volta che in Svizzera in mancanza di un foglio ha scritto su un muro le prime note di “Sundown”; e ci ha detto che nonostante quest’anno abbia pubblicato ben due dischi con registrazioni live degli anni ’60, non si sente troppo legato a quel periodo, perché la musica deve andare avanti, evolversi, progredire. Con Julie Driscoll mantiene buoni rapporti ma niente più progetti musicali insieme. Ha poi indicato in Joey DeFrancesco un suo eventuale successore come organista. La sua passione per la musica è tenace e indistruttibile, tanto che la ha trasmessa ai suoi figli: Karma, che suona la batteria nel gruppo, e Savannah che, quando gli impegni di madre lo consentono lo accompagna come vocalist. A Bari nella band con lui oltre a Karma, il fido Andreas Geck al basso e Liliana De Los Reyes alle percussioni e voce.
Il concerto
Il concerto si snocciola come previsto, smorzando le curiosità di chi si aspetta qualcosa di particolarmente nuovo. In verità Auger le innovazioni le ha già portate alle soglie degli anni ’70: oggi da lui ci si possono aspettare solo differenti arrangiamenti. E così è. Dalle iniziali “Truth” e “Happiness is Just Around the Bend” che servono a stabilire il feeling, si fa un immancabile tuffo nel passato remoto: la cantabile “Straight Ahead” del 1974, la dilatata splendida “Season of the Witch” di Donovan del 1966, la sanguigna “Indian Rope Man” di Richie Havens, per arrivare a “Road to Cairo”, un blues bianco da brividi e dalle profonde emozioni. Sono tutti pezzi che cantava a suo tempo Julie Driscoll, cantante difficile da emulare. Liliana fa del suo meglio, ha una splendida voce indubbiamente, ma l’intensità, la personalità della Driscoll è altra cosa: là dove lei tirava le note e alzava il tono trascinava letteralmente. C’è anche un classico del jazz, “Bumpin on Sunset”, omaggio a Wes Montgomery, ideale per lasciarsi andare, tutto da centellinare per una decina di minuti. Cose d’altri mondi che organo e voce sanno ricreare. Poi “Whenever you’re Ready” serve a ritornare alla realtà.
Brian Auger è leggenda vivente, di una attualità senza tempo.




















