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Dopo la chiusura totale, le inchieste giudiziarie, le posizioni del Governo, la possibilità di trovare una alternativa ad ArcelorMittal, le denunce dei sindacati e dei lavoratori, la preoccupazione di una intera città che non vuole più essere sotto il ricatto del lavoro o salute, oggi la multinazionale ha fatto trapelare la disponibilità a trattare e a restare in Italia.
Ma detta alcune condizioni.
CONDIZIONE UNO – Lo scudo penale
La prima è la reintroduzione dello scudo penale per poter andare avanti con il piano di risanamento ambientale. Non sono passati che tre giorni da quando Lucia Morselli, ad di ArcelorMittal ha sottolineato come “senza scudo lavorare a Taranto sarebbe un crimine”.
Conte, che si ritrova una parte dei 5Stelle pronti perfino a far cadere il governo pur di impedire il rinnovo della tutela penale, è però disposto a parlarne solo a condizione che l’azienda riapra ufficialmente la trattativa.
CONDIZIONE DUE – L’altoforno 2
La seconda condizione riguarda gli esuberi ed è collegata al dissequestro dell’altoforno numero 2, che dovrebbe essere portato a produzione zero il 13 dicembre a causa delle prescrizioni della magistratura tarantina in seguito alla morte di un operaio nel 2015 e degli obblighi del Tribunale solo parzialmente attuati.
Il dissequestro, accompagnato dalla concessione di una proroga di dodici mesi per la messa in sicurezza dell’impianto, permetterebbe all’azienda di alzare i livelli produttivi attualmente scesi a 4,5 milioni di tonnellate di acciaio all’anno, con la conseguente richiesta di 5 mila esuberi. Nel caso in cui si potesse mantenere una produzione di qusto livello ArcelorMittal dovrebbe ripiegare su una richiesta di esuberi pari a circa la metà dei lavoratori.
CONDIZIONE TRE – Il piano industriale
La terza condizione, è una rivisitazione del piano industriale al ribasso per renderla più adeguata alla situazione globale di un mercato in crisi. E qui entra il gioco la proposta di Conte e del ministro dell’Economia, Roberto Gualtieri, di un eventuale ingresso nell’azionariato di Am Investco Italy di Cassa depositi e prestiti. Da palazzo Chigi non filtra alcuna dichiarazione.
Si tratta, però, di tre condizioni che nulla tolgono sugli errori fatti in fase di determinazione del piano industriale da parte del gruppo ArcelorMittal, e nè su quelli di chi ha portato la situazione a questo punto di tensione così alta da sembrare davvero senza via d’uscita.
Condizioni che mettono in ombra tutte le mancanze dell’impresa, a cominciare dagli oltre 40 milioni di euro che devono ancora pagare alle aziende fornitrici ed ad un indotto ridotto ormai quasi sul lastrico. Per loro ci saranno delle ulteriori condizioni?











