Siamo salvi, cinematograficamente.
Il rischio di concludere questo 2019 continuando a sproloquiare sulle supposte connotazioni psicologiche e sociali che mascherano il vuoto pneumatico di Joker e sulla valenza artistica di quel magnifico fumettone che è Avengers: Endgame era davvero altissimo.
Deus gratias Tarantino ha contribuito a scardinare questo duopolio e, in forma minare ma solo a causa della pigrizia del pubblico italiano (non supportato dalla distribuzione), Parasite ha provato a dare una bella spallata. Ci voleva uno shock ancora più potente? Evidentemente si.
E allora Netflix, l’antitesi per antonomasia (in attesa dello sbarco in Europa della piattaforma di Disney+) dei multisala e degli incassi da blockbuster, ci regala The Irishman. Di Martin Scorsese. Con Robert De Niro, Al Pacino, Joe Pesci e Harvey Keytel.
Che già così sembra Muhammad Ali contro Foreman nel 1974.
IL TRAILER E LA TRAMA
Frank Sheeran è seduto su una sedia a rotelle, vecchio, solo e triste, La sua voce fuoricampo ci parla della sua giovinezza, di quando era un normale lavoratore iscritto al sindacato come camionista. E che non sapeva ancora cosa volesse dire imbiancare i muri. E allora Frank comincia a parlare direttamente con il pubblico, con noi. Da buon padre di famiglia irlandese sforna figli, decide di arrotondare lo stipendio vendendo ad un gangster carne rubata dai suoi trasporti. Viene incriminato e salvato da un avvocato, Bill Bufalino che, per ringraziarlo di aver tenuto la bocca chiusa e di non aver fatto il nome del suo cliente, gli presenta suo cugino Russel, un potente capofamiglia mafioso.
Frank entra presto nelle grazie di Russel, diventando anche un sicario a sangue freddo, fino a quando non gli viene offerta la possibilità di divenire il guardaspalle di Jimmy Hoffa, il più potente sindacalista americano, “più famoso di Elvis e dei Beatles”. Pian piano il rapporto tra i due diviene un’amicizia fraterna che si snoda in quasi trent’anni e attraverso tutti i più grandi eventi politici della storia, da Kennedy a Castro, mentre lentamente il loro mondo si sgretola e diventa sempre più pericoloso. E dove non ci si può fidare di nessuno.
La trama non sembra discostarsi troppo da altre pellicole di Scorsese come “Quei bravi ragazzi”, “Mean Streets” o “Casinò”: mafiosi, soldi, potere, tradimento, morte. Ma per la prima volta tutto ha un’atmosfera crepuscolare, soffusa, lontana dai fasti, dia luccichii e dalla follia ostentata di chi ha il potere assoluto tra le mani.
L’odore della morte è percettibile ad ogni inquadratura, l’inevitabilità non arriva dopo l’entusiasmo come ci comunicano le didascalie che presentano moltissimi personaggi, in cui vengono elencate le cause delle morti violente a cui andranno incontro.
Qui il destino è segnato dall’inizio, solo per i protagonisti non ci è dato sapere cosa riserverà il futuro. O meglio, dovremmo GIA’ saperlo, perché questa è storia contemporanea. Ed è qui che la chiave di lettura di tutta la pellicola viene fuori, sommessamente.
La memoria perduta delle nuove generazioni, dalla generazione X ai millenials, dove abbiamo internet che ci permette ti cercare qualsiasi cosa in tempo reale ma non ci sogneremmo mai di informarci su cosa fu la Baia dei Porci o la rivoluzione castrista. Quello di Frank è un dialogo con un pubblico smemorato e dobbiamo attendere gli ultimi dieci minuti per scoprirlo definitivamente. Quando Frank si rivolge alla giovane infermiera e gli chiede se sa chi era Hoffa, mentre la ragazza abbozza un “si” di circostanza, Frank sta chiedendo a tutti noi quanto ne sappiamo di cosa sono state le lotte sindacali, la politica sulla guerra in Vietnam, cosa c’era davvero dietro l’assassinio di Kennedy. E come un umile e semplice uomo possa diventare un assassino.
Ed ecco il secondo tema della pellicola: l’innocenza e l’amicizia fraterna che sfociano nel tradimento e nell’omicidio. Perché quello tra Frank e Russ prima e con Hoffa dopo é un rapporto incentrato sul valore del rispetto tra uomini, sul difendersi e ubbidire non sommessamente. Frank e Jimmy diventano inseparabili, la calma e a pacatezza del primo contrapposta all’esuberanza e follia del secondo. Con Russ è tutto più calmo, sobrio, fatto di complicità di sguardi e, a tratti, timore reverenziale, una sorta di matrimonio suggellato anche da un anello che ha un significato ambivalente (di appartenenza e obbedienza) che porta il protagonista ad una scelta amara, tragica e sconvolgente che comunque non lo fermerà dal portare avanti il corso della storia nel modo più “logico” possibile.
Un film mascolino, forte ma non iperbolico, dove la misoginia di sottofondo è stemperata dalla figura della figlia di Frank che, sin da bambina, riesce a distinguere la violenza che impregna la vita di Russ e il padre dal più puro istrionismo di Jimmy. La donna non è solo la moglie del criminale o la sua amante, non é la Sharon Stone strafatta e approfittatrice o la Lorraine Bracco tradita ma complice. Qui diventa saggezza allo stato puro, tanto dall’arrivare a rifiutare definitivamente qualsiasi contatto con quel padre assassino anche se oramai anziano e debilitato.
“The Irishman” è tantissime cose ma se si vuol cercare un termine per definirlo, quello più appropriato é “Cinema”.
Vero, crudo, senza fronzoli, onesto, mai didascalico, intenso, sconvolgente, toccante, triste. Difficile dire se sia davvero il miglior film di Scorsese perché questo è un film che va oltre qualsiasi altra cosa da lui mai girata prima d’ora.
Rasenta la perfezione nonostante i 209 minuti di durata, cosa che avrebbe sicuramente spaventato gran parte del pubblico in sala. Ma quella capacità di non far pesare un solo secondo è una dote che solo i grandi geni della cinematografia possiedono. Tecnicamente ineccepibile, con un montaggio magistrale e una sceneggiatura da applausi. E con un cast in totale stato di grazia, a parte un Al Pacino che fa Al Pacino. Nelle scene con De Niro, quest’ultimo riesce sempre a catalizzare su di se l’attenzione con a sua calma serafica contrapposta al solito (ma non è una critica) gigioneggiare del primo, come avvenne in “Heat” di Michael Mann. Ma è anche vero che Hoffa era davvero un personaggio così immenso e strabordante. Harvey Keitel riesce in pochi minuti sulla scena a dare un’interpretazione sobria dove con un solo sguardo riesce a pietrificare e Ann Paquin è capace di comunicare maestosamente le sue paure con i soli occhi.
Ma, per quanto possa essere inutile e banale decantare le doti e la bravura di questi attori, Joe Pesci merita un discorso a parte.
Dimenticate “Quei bravi ragazzi”, dimenticate le urla e le pistolettate a casaccio. Qui Pesci, convinto dai suoi colleghi a tornare davanti la macchina da presa dopo dieci anni, riesce nella titanica impresa di mangiarsi tutto il cast ogni volta che compare. Freddo nella sua umanità, gentile ed educato, terrificante nel suo dare ordini terribili senza dire nulla di violento. Tutto con l’aria del nonno bonario, una sorta di Vito Corleone/Marlon Brando alla Scorsese. E quando un attore riesce a mostrare il contrario di quel che ha sempre mostrato con la stessa egregia e incommensurabile bravura, allora siamo davanti ad un autentico Artista.
Se sarà un successo agli Oscar ancora non lo sappiamo. La speranza è che l’Academy non segua le orme dei giurati di Venezia e di quel incomprensibile Leone D’oro a “Joker”. “The Irishman” non ha bisogno di premi per essere consacrato ma, una volta tanto, sarebbe bello se un autentico capolavoro fosse premiato per la tecnica, la recitazione e, soprattutto, per tutto quello che ci vuole ricordare. Come Jimmy quando ci fissa attraverso la porta socchiusa nell’ultima inquadratura, da lontano, per guardare il nostro presente e dirci di non dimenticare la storia, qualsiasi essa sia.
E se in quell’istante non provate un brivido avete il cuore di pietra.











