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Occupazione femminile, la Cgil Puglia: “La Puglia quinta in Europa per divario di genere”

Secondo i dati Istat la condizione dell’occupazione femminile nel Mezzogiorno ha raggiunto livelli drammatici. La Puglia è la quinta tra le prime cinque regioni europee con il maggior divario di genere. Questo il quadro generale presentato oggi nell’incontro “Donne e lavoro: gap di genere e precariato in Puglia”, organizzato dalla Cgil Puglia attraverso le voci di Pino Gesmundo, segretario generale Cgil Puglia, Filomena Principale, segretaria regionale della Cgil e responsabile politiche di genere, e Maria Giorgia Vulcano responsabile della Nidil pugliese, insieme ad alcune lavoratrici precarie di varie categorie, impegnate in servizi pubblici e privati.

I dati sottolineano che nel nostro Paese il calo dell’occupazione, tra dicembre 2019 e dicembre 2020, è stato di 444.000 unità di cui 312 mila sono donne. Un quadro già gravemente penalizzato nel periodo pre Covid, si registra infatti, che tra aprile 2019 e aprile 2020 in Italia 20.000 donne hanno perso il lavoro, questo non perché siano state licenziate, ma perché l’occupazione che riguarda le donne è prevalentemente a termine o stagionale, per cui pur vigendo il blocco di licenziamenti molte sono coloro che non hanno visto prorogati i loro contratti di lavoro. Dati significativi per la Puglia che ha registrato un divario di genere di circa 27 punti percentuali di cui Taranto è la prima città tra le dieci nel nostro Paese a seguire Bat sesta, e Foggia nona. A questo dato si aggiunge anche la differenza retributiva  che è di circa il 10% in meno per le donne.

Spesso davanti a questi dati drammatici sull’occupazione femminile si trascurano le sofferenze delle donne lasciate sole dalle istituzioni, carenti nel trovare soluzioni possibili di fronte a queste situazioni. “Noi proviamo a dare il nostro contributo ma molte volte non ci riusciamo – dichiara Pino Gesmundo – c’è un mondo del lavoro disgregato da tempo, da norme che hanno messo in discussione il valore del lavoro stesso, la qualità e la centralità rispetto alla dignità delle persone. Stiamo vivendo una fase complicata, si prevedono migliaia di posti di lavoro in meno e nonostante il blocco dei licenziamenti abbiamo certificato oltre 400 mila posti lavoro persi di cui in Puglia 100 mila. Adesso ci sono le risorse, ci sono le idee  e ci sono i progetti. La nostra idea è quella di costruire un piano del lavoro in Puglia che abbia una caratterizzazione precisa e che non attenga soltanto alle valutazioni di quanto Pil si produce in Puglia, ma quanto quelle ricchezze possano divenire benessere pei i cittadini”.

Non è soltanto la precarietà lavorativa, ma ci sono tanti altri dati preoccupanti– dichiara Filomena Principale. “Le indagini compiute sugli smart working nel nostro Paese hanno messo in evidenza  come le donne hanno pagato maggiormente in termini di tempo legati alla cura. Riteniamo importante tutta  la discussione che si sta aprendo sulle risorse economiche nel campo per rilanciare il Paese. Sia il piano nazionale ripresa resilienza sia il settennio dei fondi comunitari ci mettono di fronte ad un’ ingente mole di risorse per la quale siamo impegnati come associazione Cgil Puglia a ragionare sugli interventi trasversali a tutte le missioni del Recovery plan. Un lavoro che faremo nei prossimi giorni e per il quale accettiamo anche la sfida lanciata dalla consigliera del presidente della regione Titti de Simone sull’agenda di genere che ci sembra un ottimo strumento per coagulare tutte le forze della nostra regione, istituzionali, sociali e politiche per arrivare ad individuare progetti e iniziative che possono colmare questa condizione che non è più pensabile in un momento storico come questo.”

Nel 2019 i rapporti cessati nel Mezzogiorno sono stati 1.262 000 di questi circa il 40%  erano rapporti di lavoro che non superavano i trenta giorni e soltanto 8% di queste cessazioni vedeva il termine dopo i 12 mesi. “Questo è il quadro pre pandemia su cui la crisi attuale sta producendo i suoi effetti drammatici, principalmente sulle donne nel mercato del lavoro.- prosegue Maria Giorgia Vulcano. “Sempre nel 2019, l’Ebitemp, ente bilaterale del lavoro temporaneo, ha condotto uno studio per la qualità del lavoro delle donne in somministrazione registrando il 40 % delle donne impiegate con contratto a tempo parziale a fronte del 10% dei colleghi uomini. Lo studio del codice Ateco ha invece dimostrato che le donne sono impiegate in settori a basso valore e stanno ancora a casa con il nucleo familiare di origine e hanno non poche preoccupazioni rispetto ad un presente in cui raggiungere l’indipendenza economica effettiva e un futuro di serenità sui requisiti di pensionamento. Ultima triste parentesi riguarda il settore sportivo dove le donne, indipendentemente dalle loro qualifiche, non vengono riconosciute come professioniste”.

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Roberta Lobascio
Roberta Lobascio
Classe '90,laureata alla magistrale di scienze dell'informazione e editoriale. Appassionata di giornalismo: dal 2015 collabora con varie testate locali e blog culturali. Da sempre sostenitrice dell'informazione corretta, contro ogni manipolazione.

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