Il “Teatro delle bambole” di Andrea Cramarossa e Federico Gobbi si è ispirato a un racconto di Dostoevskij per la nuova produzione, andata in scena il 29 ottobre al “Duse”. Il racconto dello scrittore russo fu portato a termine nel 1876 a Pietroburgo, quando la città fu scossa da alcuni casi di suicidio: fra questi anche quello di una giovane sarta, Mar’ja Borisova, che dalla stampa dell’epoca fu definito “suicidio mite”. La narrazione parte a morte avvenuta, quando il marito della suicida si ritrova solo accanto al corpo della donna. Dalla sofferenza si snoda tutta la vicenda in un tormento struggente che cerca e nega una qualsiasi giustificazione. Naturalmente si tratta di un monologo, un monologo interiore che viene messo a nudo in tutta la sua drammaticità davanti al lettore. E’ qui che interviene Cramarossa, regista, che trasferisce il soliloquio dal libro al cospetto di un pubblico teatrale, adattandone il testo. E tocca a Gobbi farsi carico dell’interpretazione in un’ora intensa in cui follia, esasperazione, dolore e sensi di colpa si intrecciano. La scena è scarna, giocata sui toni bianchi dell’innocenza e il nero dell’anima persa e della morte: è la parola che deve dominare attraverso la voce dell’attore. E l’attore si agita, si dimena a scatti, forse già in preda al demone della pazzia, sforzandosi di trovare il controllo per dare un senso a quello che è accaduto. E così si viene a sapere di una giovane donna di 16 anni, orfana, vittima di umiliazioni da parte di zie avide e oggetto delle attenzioni di un volgare bottegaio. Il proprietario di un banco di pegni, uomo grossolano ed egoista, se ne innamora e la sposa. Dopo i primi tempi però la severità dell’uomo spinge la ragazza, delusa, a frequentare Efimovic, un amico, dal quale viene a sapere della vigliaccheria del marito che tempo addietro aveva rifiutato di battersi in duello. Una sera la donna prende la rivoltella del marito e gliela punta alla testa mentre sta dormendo. In realtà l’uomo finge di dormire ma tace, quasi sfidando la morte. Non succede nulla, ma il giorno dopo la ragazza viene condannata a vivere da sola in un’altra stanza. Così, col passare del tempo si ammala di febbre cerebrale. Quando l’usuraio si accorge del male che sta commettendo, per farsi perdonare promette alla moglie di portarla in Costa Azzurra per farla guarire. Ma un giorno, al ritorno dall’ufficio passaporti, scopre la tragedia: la donna si è lanciata giù dalla finestra e il suo corpo giace sul selciato privo di vita.

Il monologo, nell’interpretazione di Gobbi, è lacerante e disperato, alla ricerca di una verità: l’usuraio avverte il senso di colpa e tenta in tutti i modi di liberarsene, di trovare una giustificazione. Si rivolge al pubblico quasi in cerca di sostegno, ma il sentimento dominante è solo la compassione che si prova per il suicidio.
“Anche io sono stato infelice – urla – respinto e dimenticato.” “Per che cosa è morta? La domanda pulsa nel cervello” “No! Io mento: sono arrivato tardi!”: è una girandola di interrogativi che lo subissano in una convulsione di movimenti, disarticolazione di mente e corpo, mentre si accorge di naufragare in una solitudine tanto infinita quanto meritata. Lo strazio è un supplizio senza fine: “Sono io colpevole?” “Quando domani la porteranno via io cosa farò?”. Sono domande di un uomo così chiuso nel cerchio dell’Io, al punto da perdere ogni forma di sensibilità nei confronti della moglie, diventata oggetto e mezzo. Cala il sipario e gli spettatori sono chiamati indirettamente a fornire le loro risposte, quasi ad interagire con la rappresentazione scenica.
Felicissima l’interpretazione di Gobbi, non nuovo a tali performance estremamente impegnative: la violenza del gesto che sottolinea la parola è perfetta nella sua continuità, in ossequio alla regia meticolosa ed esigente di Cramarossa. Il regista pone l’accento sul dolore e sul dramma dell’uomo, ma emerge con prepotenza anche il desiderio di riscatto della figura femminile. La donna vuole sfuggire alla sottomissione della vita familiare e sceglie il sacrificio, l’unica via d’uscita che la società dell’epoca le fornisce, proprio quella società che lei rifiuta e proprio quella che la espelle. La morte è anche rinascita in un altrove misterioso e lascia un vuoto di disperazione e riflessione sulla vita.
Come già altre volte sottolineato il “Teatro delle Bambole” per coerenza e professionalità merita una platea più vasta, pur senza lasciare la nicchia che gli spetta di diritto.












