Approda per la prima volta in Italia, proprio a Bari in un affollato Teatro Kismet, l’atteso spettacolo coreano “Sok-Do”, una coreografia originale che sta riscuotendo un successo internazionale di pubblico e critica. Domenico Iannone, direttore artistico della quinta edizione di “Esplorare”, lo ha fortemente voluto nella sua rassegna, perchè in perfetta linea con lo spirito della kermesse. Il tutto è stato possibile grazie al progetto “Travelling Korean Arts” dell’Istituto Culturale Coreano.

“Musica che si vede/ Danza che si sente” recita un motto come sottotitolo, e in esso è concentrato in modo traslato il senso dello spettacolo. Si punta essenzialmente sulla immediatezza delle sensazioni da trasmettere: il pubblico non deve avere il tempo di riflettere, di soffermarsi a pensare e contemplare; deve percepire e assimilare le sensazioni a pelle, senza alcuna elaborazione concettuale o faticose ricerche simbologiche. Per questo, e non solo per questo, le coreografie sono concepite sulla base della velocità. Kim Jae-Duk (soprannome Ducky), geniale coreografo nonché rapper molto noto nel suo Paese, sostiene che la velocità con le sue variazioni è collegata ai nostri sentimenti: la paura, se è alta; l’abitudine, se l’andatura è costante; la tranquillità, se lenta. Lo sforzo è quello di dare forma e vita alla velocità con cui si producono i nostri pensieri e trasporla in coreografie efficaci: idea estremamente difficile da realizzare. Così lo spazio è vissuto a volte con interazioni composte e armoniche, altre viene come violentato dalla deflagrazione di sentimenti in evidente conflitto. L’idea dominante è quella del Physical Theatre, laddove si pone l’accento sull’espressione corporea nell’espressione artistica. E in Sok-Do si gioca sul filo sottile fra fisicità e corporeità: il corpo diventa strumento totale. Non ci sono solo gesti e movimenti, ma afflati che scandiscono i tempi o accompagnano scatti di braccia e gambe, canti, battiti di mani, espressioni ora intense ora vaghe, in un unicum avvolgente e dinamico senza interruzioni. I nove ballerini (coreografo Kim compreso) della compagnia “Modern Table” disegnano curve in continua evoluzione;  una sequenza che si sviluppa sulla base di movimenti aritmici, repentini, improvvisi, con approssimative reminiscenze delle arti marziali orientali. C’è solo un momento in cui il vortice dei balletti si placa: ne è protagonista la mente, la stessa che partorisce i pensieri, che finalmente si quieta in una assorta meditazione che sospende il tempo e ferma i danzatori. Il fascino dello spettacolo viene accresciuto dalle musiche (anche queste scritte da Kim), sia quelle delle basi con accenni di elettronica, sia quelle eseguite direttamente dal vivo da un trio. Si fa uso dell’ajaeng, una sorta di cetra tradizionale con fili di seta utilizzata nella Cina del 700 d. C.: ha un suono di basso piuttosto vicino al nostro violoncello. E su queste sonorità a volte si alza imponente la voce di Yoon Sukgui o si inserisce la percussione del tamburo, a segnare un ritmo che vuole ricordarci che tutto nasce dall’insostituibile battito del nostro cuore.

I confini tra palco e pubblico vengono abbattuti non in senso reale, fisico, ma attraverso il livello e l’intensità della comunicazione. E se questo era negli intenti di Kim i suoi sforzi sono largamente premiati. Il suo lavoro non può che suscitare interesse, e lo dimostra la partecipazione di ballerini, coreografi ed esperti di danza presenti numerosi in sala. Alla fine, dopo gli applausi, Ducky ha accettato di rispondere a qualche domanda che gli ha rivolto Iannone. “Tutti i ballerini e i musicisti sono vestiti di bianco: perchè il bianco?” ha chiesto il maestro. “Perchè il bianco è il simbolo della luce, – ha detto Kim – è il colore di Dio. Ed è anche semplicemente il colore che io prediligo”

 

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