HomeCulturaEdoardo Bennato, il successo del concerto al Petruzzelli di Bari: solo "canzonette"!

Edoardo Bennato, il successo del concerto al Petruzzelli di Bari: solo “canzonette”!

Nello stesso momento in cui al Palaflorio di Bari si esibiva la coppia storica Venditti/De Gregori al Petruzzelli saliva sul palco Edoardo Bennato per una serata tutta dedicata al cantautorato italiano. Qualunque sia stata la scelta (difficile) ha sbagliato solo chi è rimasto a casa.

Petruzzelli sold out per un musicista che ha segnato con 45 album la musica italiana per almeno 50 anni, partendo dal suo primo disco “Non farti cadere le braccia” del 1973. La sua lunga lista di canzoni, che sono entrate nell’immaginario collettivo, traccia un percorso artistico che parla dei tempi che ha attraversato e testimonia una coerenza indiscutibile. L’esperienza musicale di Bennato si attesta negli anni ’70 in quel contesto napoletano che assunse il nome di ‘West Coast italiana’. Erano tanti i fermenti culturali, legati a personaggi come Pino Daniele, Tullio De Piscopo, Toni Esposito, Nuova Compagnia di Canto Popolare, Teresa De Sio, Napoli Centrale, per citarne alcuni. E’ in quel periodo che si forma Edoardo come rocker, come cantautore, come bluesman: passioni musicali d’oltreoceano e d’oltremanica, ma senza mai rinunciare alla sua anima partenopea. B. B. King e Bob Dylan sono i suoi modelli.

Spiazzando ogni aspettativa il concerto a Bari si apre con un quartetto classico di archi: due violini, viola e violoncello. Quattro musicisti di bianco vestiti si presentano per una breve introduzione con l’Op.8, RV 293 “Autumn” di Vivaldi; poi arriva lui, con l’inseparabile chitarra, gli inseparabili occhiali scuri, l’inseparabile maglietta nera.  Ed ecco, una dopo l’altra sfilano “Fantasia”, “A cosa serve la guerra”, “L’isola che non c’è”, “Cantautore”: tutto bello, tutto liscio, tutto perfetto, con gli arrangiamenti delicati, gradevoli e suggestivi del quartetto. Ma anche tutto strano: dov’è il rock? Più di uno nel pubblico se lo sta chiedendo, nel timore che il concerto si adagi in un declino soporifero, quando i musicisti bianco vestiti si defilano, e Bennato (come a dire ‘finora abbiamo scherzato’) canta “sono solo canzonette” da perfetto one man band: chitarra, armonica, tamburo che batte con pedale, e naturalmente voce. Magnifico! E’ il segnale che indica il cambio di registro.

Sul palco sale la sua BeBand, batteria e percussioni, tastiere, basso elettrico e due chitarre: e adesso ci siamo, sì! E le ballate si fanno esplosivamente rock. “Il gatto e la volpe” e “La torre di Babele” ne sono due splendidi esempi. Gli entusiasmi si accendono e un consapevole delirio sale fino alla cupola del teatro. Tutto il meglio della produzione di Bennato viene sciorinata pescando dai suoi album più famosi: “I buoni e i cattivi”, “Burattino senza fili”, “Io che non sono l’imperatore” fino all’ultimo “Non c’è” del 2020. Edoardo cita Collodi per l’importanza e il significato delle fiabe, e da lì trae spunto per declamare, per chi non lo avesse capito, tutto il suo spirito ribelle, irriverente, sognatore, trasgressivo ma non aggressivo. “Mangiafuoco” è la denuncia dei poteri occulti che ci dirigono; “Stop America” e “Lo zio fantastico” mostrano l’orrore delle guerre nel mondo scatenate da chi vuole imporre la propria politica imperialista: immagini scorrono su un maxi schermo collocato sul fondo del palcoscenico a supporto dei testi (sempre graffianti e ironici), e non si possono non ricavare amare riflessioni. Quando lo spettacolo entra nel vivo i due chitarristi Gennaro Scarpato e Gennaro Porcelli si esibiscono in assolo strepitosi, con citazioni dai Pink Floyd, trascinando il pubblico in una grandiosa ovazione. E c’è il tempo anche per il vecchio buon blues: Bennato ricorda “Joe e suo nonno” film del 1992 in cui recitò da protagonista con Lino Banfi e Renzo Arbore. La colonna sonora di quel film, “E’ asciuto pazzo ‘o padrone”, è un capolavoro, un po’ sottovalutato, di musica blues. “Sotto viale Augusto che ce sta” è tratta da quel disco. Segue “La calunnia è un venticello” per ricordare Enzo Tortora e Mia Martini. E poi Edoardo ci parla del 55 stampato sulla maglietta che indossa, numero civico di viale Campi Flegrei là dove è nato lui a Bagnoli; ma 55 è anche il numero che nella smorfia napoletana significa “musica”. Infatti ci canta “A Napoli 55 è ‘a musica”. Dopo “Rinnegato” torna il quartetto d’archi per il gran finale: “Capitan Uncino”, rock blues tirato fino all’estremo in una versione ricca di improvvisazioni con tanto di assolo di chitarre e di violini che sconfinano in “Satisfaction” dei Rolling Stones e “Smoke in the Water” dei Deep Purple, con buona pace di chi pensa che gli archi siano adatti solo per la musica classica. E’ l’apoteosi. Concerto finito? Macchè! Vengono concessi ben due bis con altre sette canzoni in edizione di lusso: “Venderò”, “Italiani”, “Un giorno credi”, “Per noi”. E’ mezzanotte e sono tre ore che Bennato canta, ragazzino di appena 77 anni: “Per il rock c’è e ci sarà sempre spazio”.

Al suo tour Edoardo ha dato il titolo “Le vie del rock sono infinite”; noi aggiungiamo “Tutte le strade portano al rock”.

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