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Medicina personalizzata, da Bari a Nairobi Debora Traversa unica europea ammessa alla Summer School

Promuovere la ricerca attraverso nuove partnership intercontinentali e alta formazione. È stato uno dei principali vettori alla base della logica della Summer School del Consorzio EU-Africa PerMed, una tre giorni di approfondimenti scientifici iniziata il 21 maggio e conclusa il 24.

Un meeting, a Nairobi, per studiare la medicina personalizzata, una full immersion in terra kenyana per riflettere – fuori dai tradizionali contesti formativi – sulla branca medica di precisione. Un focus dibattuto attraverso modalità coinvolgenti ed efficaci, nonché una grande opportunità raccolta da tredici ricercatori, provenienti per lo più dal continente africano. Tra questi, però, anche una donna europea, la dottoressa Debora Traversa.

Biotecnologa ricercatrice dell’Istituto Tumori “Giovanni Paolo II” di Bari, la Traversa è stata la sola italiana arruolata, con finanziamento a copertura totale: alla spedizione la giovane barese è stata l’unica non africana a partecipare sul campo al secondo capitolo della Summer School, iniziativa organizzata dal Ministero della Salute Italiano in collaborazione con l’APHRC (African Population and Health Research Center), con il supporto del Consorzio EU-Africa PerMed.

Certamente la Summer School è stata per coloro che hanno avuto la possibilità di accedervi un valido pretesto per affinare le proprie conoscenze metodico-sistemiche, motivo di crescita personale e professionale, appuntamento per favorire il confronto e l’elaborazione creativa, modello per stimolare comunicazione e relazione, banco di prova per migliorare la propria capacità di teamworking.

Traversa: «Le raccolte fondi il motore della ricerca»

Abbiamo avuto il piacere di conoscere la dottoressa Debora Traversa e raccogliere le sue dichiarazioni rispetto alla trasferta a Nairobi.

Unica ricercatrice europea ammessa alla seconda edizione della Summer School. Cosa avete provato alla notifica di ammissione? Avete sentito il peso di dover rappresentare una fetta ampio di mondo?
«Assieme ad altri dodici ricercatori, ho ricevuto un grant per essere a Nairobi: sono stata selezionata, unica italiana ammessa con finanziamento. Sul posto però c’erano altri ricercatori italiani, ci tengo a precisarlo. C’erano poi gli speaker della Summer School, quali professori e ricercatori senior proveniente da diverse parti del mondo. Per me è stato un onore perché ovviamente, avendo incominciato da poco la mia carriera, ottenere un riconoscimento del genere è stata una grande opportunità. Andando sul posto e avendo la possibilità di dialogare direttamente con esperti di altri Paesi, la formazione è stata al cento per cento.»

Da Bari a Nairobi per studiare medicina personalizzata: per chi non conoscesse tale branca, di cosa si occupa e cosa studia?
«Come dice il termine stesso, la medicina personalizzata pone il paziente al centro della terapia. Essendo tutti diversi è chiaro che non tutti i pazienti rispondono allo stesso modo alla medesima terapia. È importante, pertanto, studiare da un punto di vista soggettivo il paziente per potergli anche destinare il trattamento più consono e con meno effetti collaterali. Si sviluppano delle terapie per la persona, in base al corredo genetico.»

Dal 21 al 24 maggio in terra kenyana: come è stato strutturato l’appuntamento? Ma soprattutto qual è il risultato ultimo emerso in termini di innovazione scientifica?
«Abbiamo fatto delle lezioni sulla medicina personalizzata e dei lavori di gruppo. Abbiamo potuto confrontarci sulle nostre giovani esperienze e risposto a dei quesiti che si sono generati dalle lezioni. Anche se appartenevamo a categorie di ricercatori differenti (c’erano bioingegneri, medici, biologi, biotecnologi), abbiamo potuto creare delle collaborazioni poiché la parte principale della Summer School era quella di creare un network, anche intercontinentale, tra i diversi Paesi aderenti all’evento.»

Cosa portate a casa di questa straordinaria avventura?
«Una bellissima esperienza perché abbiamo non solo lavorato ma ci siamo potuti conoscere e abbiamo passato del tempo insieme per capire quali sono le reali problematiche nei diversi Paesi. Alla fine, siamo tutti ricercatori e abbiamo lo stesso scopo ma ognuno di noi incontra difficoltà differenti. Menti e idee ci sono. Stiamo facendo in modo che queste possano essere supportate in territori come l’Africa che, a livello di finanziamenti, non ha le nostre stesse possibilità.»

Ricercatrice in un istituto di ricovero e cura a carattere scientifico: guardando al reparto oncologico, quali possono essere gli strumenti per fronteggiare con maggiore successo la malattia del secolo?
«Importante è credere nella ricerca perché comunque è alla base delle nuove terapie e dell’avanzamento delle tecnologie. Credere nella ricerca significa anche finanziare noi ricercatori con le diverse attività disponibili nel nostro Paese. In questo periodo, di dichiarazione dei redditi, ogni cittadino può destinare dalla proprie tasche il 5×1000 alla ricerca in sostegno degli istituti. Molto spesso si dubita delle raccolte fondi ed invece sono il motore della ricerca.»

Volete ringraziare qualcuno o lasciare un messaggio particolare ai nostri lettori?
«Ringrazio il mio istituto, il “Giovanni Paolo II” di Bari, che mi ha dato la possibilità di partecipare a questo evento. Poi, ringrazio la redazione di Pugliain.net per avermi dato l’opportunità di raccontare questa mia esperienza, e tutte le persone che credono nella ricerca cosicché noi ricercatori possiamo continuare il sogno di lavorare in questo ambito.»

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