Spesso nei discorsi e negli interventi dei leader nazionali ed internazionali si usano iperboli retoriche e altisonanti, si avanzano proposte incontestabili ma spesso irraggiungibili. Sono pensieri che si fanno visioni e si tramutano in parole. Parole impattanti e roboanti per chi le ascolta, che si tratti di giovani, famiglie o anziani.
Ciò avviene di frequente durante le crisi o nei cambi di governo, alle porte di nuove elezioni: si evocano temi controversi ma si sicuro appeal: temi che in silenzio negli anni precedenti non sono stati trattati o, peggio, sono stati oggetto di inevitabili e disastrose modifiche. L’aumento di pensioni e stipendi, la lotta all’evasione, l’abolizione di tasse, la riduzione della spesa o il tetto o freno a destra e manca.
Si persegue una coerenza irreversibile condannando i meno attenti a sicura condanna. Si garantisce sicurezza, identità, stabilità e crescita ma non si spiega come. Si tende sovente ad amplificare le questioni che le opposizioni non hanno saputo gestire e di conseguenza risolvere. Si fa sfoggio di frequente di interessi nazionali irrinunciabili da difendere “costi quel che costi”, si alzano muri anziché costruire ponti. Si lascia indietro che si era promesso di aiutare.
Nessuna scusa, i poteri forti non c’entrano. Sono loro, “gli altri”, che non sono stati capaci di gestire le crisi, le emergenze.
Emergenze, un manifesto insostenibile della nostra quotidianità: dall’emergenza monetaria a quella pandemica, da quella pandemica a quella climatica passando per quella immigratoria e quella culturale. Commissari e commissioni nominate per risolvere problemi. Commissari e commissioni che si dimettono, perché certi problemi non risolvono solo a suon di nomine ma con idee condivise senza opprimere il popolo e la sua libertà.
La libertà è una sfida quotidiana, oggi le guerre sono distanti dai nostri confini, quanto ancora durerà questa calma apparente? Siamo pronti ad affrontarne le conseguenze? Ci viene chiesto di rispettare gli impegni, di non cadere nelle pretese e nei ricatti di guerre a cui nessuno di noi ha deciso di prender parte.
Ci viene detto che l’inflazione sale, che il dollaro scende, che i tassi sui depositi scendono e ora scende anche l’inflazione. Tutti questi saliscendi generano una scala disordinata, tra costrizioni claudicanti e asimmetrie illimitate: salire o scendere senza inciampare una missione del nostro tempo.
Nella narrazione che quotidianamente avvolge l’umanità, lo spettro della deflazione, le guerre in Medio Oriente e nel resto del Mondo. I leader promettono misure per rafforzare famiglie e imprese, intendono portare a termine provvedimenti di lungo termine che aiutino i redditi e la produttività del Paese. Le promesse tuttavia, per quanto ottimistiche presuppongono itinerari omogenei, armoniosi ed umani, in contrasto con l’era dei grandi numeri e dei big data a cui assistiamo inerti.
Ed ecco che per evitare indebitamenti troppo onerosi e revisioni al ribasso dei nostri conti, siamo costretti a nuove manovre di “lacrime e sangue”.
Lacrime nostre bene inteso. Consapevoli delle difficoltà che incontra la nostra imbarcazione, in acque sempre più agitate e torbide, accettiamo di non fuggire di fronte ai nuovi macigni che si appoggiano gravi sulle nostre spalle. Accettiamo piani costruiti con acronimi impronunciabili e incomprensibili.
Ripresa, resilienza: sono sfide già affrontate in altre epoche e con altri nomi. Sfide che comportano oneri a carico e mai a favore. Che si chiamino accise o tasse. I profitti e gli extra-profitti interessano poco l’umiltà della massa. L’estremo privilegio questo di chi, irriducibile al suo destino, lo affronta con razionalità e umanità senza bisogna di urlarlo ai quattro venti. I profitti ed extra profitti per loro sono tassati sempre, non una tantum.











