‘Yeonhee‘ è parola coreana composta da due termini e ha forti radici culturali, al punto da rappresentare elemento di orgoglio e identità. Sta a indicare ‘bellezza gioiosa‘, e per il suo significato altamente positivo è diventato nome proprio sia maschile che femminile. In tal modo è diventato anche la fonte d’ispirazione per il progetto “La via dello Yeonhee” della compagnia di danza ‘Liquid Sound‘.
L’Istituto Culturale Coreano ha portato lo spettacolo in Italia e Domenico Iannone, direttore artistico della sesta edizione della rassegna di danza contemporanea “Esplorare”, ha pensato bene di portare a Bari, al Teatro Kismet, la coreografia orientale. Da un lato c’è la consapevolezza (e il coraggio) di offrire una produzione lontana dai canoni stilistici occidentali, dall’altro c’è il conforto del successo riscosso lo scorso anno con “Sok – Do” della compagnia ‘Modern Table’, che puntava alla fisicità come velocità dei movimenti corporei.
Chi pensava di trovarsi di fronte a uno spettacolo di danza tradizionale ha trovato la piacevole sorpresa di assistere a una perfetta fusione di passato e presente, un progetto portato avanti con passione e intelligenza dalla giovane coreografa Juyoung Shim.
Coniugare tradizione e innovazione è sempre impresa ardita, e il risultato non è mai scontato. Anzi comporta non pochi rischi. Lo yeonhee è il nome anche di un’arte che risale a tempi antichi e include il ‘gylnori’, un corteo ad inizio dello spettacolo; il ‘pangut’, caratterizzato da movimenti quasi acrobatici su musiche eseguite con strumenti a percussione. E sono importanti anche i colori degli abiti: il bianco è il nulla, il nero è la notte e la paura, il rosso rappresenta la gioia e la luce, il blu è la pace interiore, il giallo è la fusione. La caratteristica saliente, quella sulla quale si basa tutta la performance, è costituita dai copricapo: il ‘sangmo’ e lo ‘yeoldubal’ cappelli provvisti di nastri di varia lunghezza che i coreuti lasciano ondeggiare nell’aria in forme circolari con abili movimenti del capo. Se ne ricava una continua percezione di leggerezza, di evanescenza, di dissoluzione. Ad essa fanno da contrasto a volte dei movimenti lenti, cadenzati, che preludono alla staticità della meditazione. E ci sono tamburi, timpani di pelle o di metallo dai suoni diversi, offerti da suonare anche agli spettatori disposti su due file sul palco ai lati della scena. Non possono mancare le maschere, una in particolare gigantesca, tribale. Ma la musica sulla quale si danza è perfettamente moderna, una musica che spazia dalla new age al trip hop, alla classica contemporanea. Ne deriva una sensazione di gioia, di evasione, di libertà, di fuga dalla realtà: una volatilità che induce alla ricerca dell’immateriale, soprattutto nei lunghi nastri che roteano, salgono in alto disegnando fluttuanti figure e poi atterrano in dolci volute che avvolgono i ballerini. E’ un movimento continuo, a volte vorticoso, inarrestabile che è aspirazione a qualcosa di inafferrabile, indefinibile, ma di cui si ha sentore. A quel punto non si avverte più il bisogno di individuare la linea di demarcazione fra il vecchio e il nuovo.
Le acrobazie finali, saltellando come in una festa sui cerchi formati da un nastro lunghissimo, terminano fra gli applausi di un pubblico attento ed entusiasta.
Dopo due date a Roma nei giorni scorsi la performance ha riscosso successo anche a Bari.
Musiche originali di Junyoung Joo; luci, molto suggestive, di Cheolmin Cho; regia di Inbo Lee.











