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L’incontro presso il Ministero del Lavoro si è concluso con un nulla di fatto ed il mancato accordo tra l’azienda e i sindacati sulla proroga della Cassa Integrazione Guadagni Straordinaria (Cigs). Il provvedimento, attivo dal 1° marzo 2026 fino al 28 febbraio 2027, coinvolge un massimo di 4.550 dipendenti del gruppo, di cui ben 3.800 impiegati nello stabilimento di Taranto. Nonostante il mancato consenso, la procedura è stata esperita, confermando la fragilità delle relazioni industriali nel comparto siderurgico.
Il nodo delle coperture economiche
Uno dei punti critici riguarda la sostenibilità finanziaria del sostegno al reddito. Gli 11 milioni di euro stanziati dal decreto di dicembre garantiscono l’integrazione salariale fino al 70% dello stipendio, ma solo fino a ottobre 2026. Restano attualmente scoperti gli ultimi due mesi del 2026 e i primi due del 2027. Il Ministero ha chiarito di poter autorizzare solo le somme già deliberate, rimandando ogni ulteriore finanziamento alle future decisioni di Governo e Parlamento.
La denuncia della Uilm: impianti fermi e scarsa sicurezza
Guglielmo Gambardella, segretario nazionale Uilm, ha definito la proroga della Cigs come la certificazione del fallimento governativo nel rilancio dell’ex Ilva. Secondo il sindacato, la gestione attuale manca di risorse per investimenti su impianti e sicurezza, con intere aree di Taranto interdette per rischi strutturali. Con un solo altoforno in marcia, il sindacato avverte che l’azienda si sta lentamente spegnendo, lasciando i lavoratori in un limbo senza prospettive. “Senza un piano industriale e sociale serio, questa vicenda assume i contorni di un accanimento terapeutico. Chiediamo la nazionalizzazione transitoria per ridare valore all’azienda.”
Fim Cisl: distanze incolmabili e risorse insufficienti
Anche la Fim Cisl, per voce di Biagio Prisciano, ha sottolineato l’impossibilità di raggiungere un’intesa a causa della mancanza di risposte su temi cruciali già sollevati in precedenza. Sebbene l’azienda garantisca l’anticipo della cassa e l’integrazione fino a esaurimento fondi, il sindacato ribadisce che la questione delle risorse rimane fondamentale. Le distanze tra le parti restano ampie, rendendo precario il futuro dei lavoratori coinvolti.
Usb: il Governo assuma il controllo della fabbrica
Per l’Usb con l’incontro di stamane, vi è un dato di fatto incontrovertibile, che da parte dell’azienda non è al momento possibile garantire le stesse condizioni assicurate prima d’ora ai lavoratori. Condizioni che molto faticosamente erano state precedentemente inserite nell’ultimo accordo, e per le quali il Governo aveva messo a disposizione la relativa copertura economica. Esauriti dunque questi fondi (a valere per il 2026 € 11.4 mln), i lavoratori, per quanto dichiarato al tavolo ministeriale, riceveranno solo l’indennità di CiGS senza integrazione.
Per la Usb, questo non può che essere letto come un netto arretramento rispetto alle garanzie date nel recente passato, quantomeno in termini di sostegno al reddito, che deve essere cosa certa per i dipendenti di Adi e Ilva in A.S., fino al termine fissato, e quindi fino a marzo 2027. “Come USB, torniamo inevitabilmente ad invitare l’esecutivo ad assumere il controllo della fabbrica per mettere in sicurezza i posti di lavoro e porre la parola fine ad una vertenza che assume oramai i tratti drammatici di una deriva, in primis sociale, dappoi industriale”.
Un futuro incerto tra attese e proteste
La tensione resta alta anche a causa dei mancati impegni istituzionali: il Governo non ha ancora riconvocato il tavolo a Palazzo Chigi, inizialmente previsto entro marzo. I sindacati avvertono che, in assenza di risposte concrete e di un piano di rilancio salubre e sicuro, verranno intraprese le iniziative necessarie. I lavoratori chiedono il ritorno all’attività produttiva, rifiutando l’idea di un ricorso indefinito agli ammortizzatori sociali.











