Un passaggio istituzionale fondamentale e, a poche ore di distanza, il confronto diretto con le rappresentanze dei lavoratori. La vertenza dell’ex Ilva di Taranto vive una giornata spartiacque: l’Aula del Senato ha dato il via libera nella giornata di ieri al decreto-legge sulla continuità operativa degli impianti d’interesse strategico nazionale con 73 voti favorevoli, 49 contrari e 3 astensioni. Il provvedimento, che passa ora all’esame della Camera per la conversione definitiva entro il 27 ottobre, offre la cornice giuridica e finanziaria per sostenere lo stabilimento jonico in questa complessa fase di transizione.
L’attenzione si sposta ora a Palazzo Chigi, dove per questo pomeriggio, alle ore 18:30 il Governo ha convocato Fim, Fiom, Uilm, Usb, Ugl e Federmanager in Sala Verde per illustrare le prospettive della gara di cessione e le tutele per il bacino occupazionale.
Il nodo dell’area a caldo e la mappa dei potenziali compratori
L’esame parlamentare si è intrecciato con la recente pronuncia della Sezione Imprese della Corte d’Appello di Milano, che ha confermato l’obbligo di fermata e spegnimento degli altoforni entro la fine di ottobre. Un verdetto che accelera la necessità di ristrutturare il modello produttivo dell’impianto di Taranto, spostando il baricentro verso la lavorazione a freddo, la finitura dell’acciaio e la futura conversione dei forni primari a tecnologia elettrica e preridotto (DRI).
In questo contesto si inseriscono le manovre sul fronte dei possibili acquirenti. Accanto ai sondaggi svolti da colossi esteri del settore metallurgico, la prospettiva italiana si è rafforzata attorno alla cordata promossa da Federacciai e guidata dal presidente Antonio Gozzi, resa ancora più solida dall’ingresso strategico del gruppo lecchese Eusider. Il consorzio punta a rilevare e valorizzare i rami d’azienda e i reparti di trasformazione non incisi dal blocco della produzione primaria, salvaguardando l’approvvigionamento di materia prima per l’industria manifatturiera nazionale.
A destare preoccupazione resta la tenuta delle imprese dell’indotto e dell’appalto tarantino, dove sigle come Confartigianato segnalano il pericolo di fallimenti a catena in assenza di un piano immediato di saldatura dei crediti e di riqualificazione delle aziende terze.
Le posizioni sindacali e lo scontro politico: “Il tempo delle rinvii è scaduto”
Il tavolo dell’8 ottobre a Palazzo Chigi si preannuncia teso. I sindacati metalmeccanici arrivano con una posizione unitaria ma intransigente: Fim, Fiom e Uilm sostengono che la pazienza dei lavoratori sia giunta al termine dopo quattordici anni di cassa integrazione e incertezze. Le sigle chiedono garanzie vincolanti che nessun dipendente — sia del perimetro diretto che dell’indotto — venga escluso dal processo di reindustrializzazione, rifiutando logiche di spezzettamento aziendale o ridimensionamenti degli organici senza adeguate reti di protezione sociale.
Il dibattito politico vede contrapposte le forze di maggioranza e d’opposizione. I partiti di governo — guidati da Fratelli d’Italia e rappresentati dalle posizioni espresse in Senato da esponenti come Annamaria Fallucchi e Dario Iaia — difendono l’operato dell’esecutivo Meloni, sottolineando il coraggio nell’essersi assunti la responsabilità di gestire la fuoriuscita di ArcelorMittal e nell’aver destinato risorse reali al Piano Taranto. Al contrario, il centro-sinistra e il Movimento 5 Stelle accusano l’esecutivo di procedere per decreti d’emergenza privi di una visione ecologica integrata, sollecitando tempi certi per le bonifiche e il rispetto immediato dei decreti sanitari sanciti dalla magistratura.
Immagine del recente incontro al Mimit con i sindacati sull’ex Ilva












