Come se il problema principale che abbiamo in queste settimane fosse davvero se una donna possa andare o meno in spiaggia più o meno svestita o vestita. Il “dibattito” che impazza in questi giorni su web e sui media a tutti i livelli ed a tutte le latitudini la dice lunga su quanto l’Europa abbia davvero capito quale sia il vero problema del terrorismo e di quanta sia ancora lunga ed irta di difficoltà la strada che porta all’integrazione. Quella vera. Non quella di facciata piena di luoghi comuni populisti.
Quella fatta di diritti e doveri, di civile e serena convivenza tra chi vive sotto lo stesso cielo. E poco importa se va in spiaggia in Burkini, bikini, con il rosario in mano o con uno strano pastrano o chissà cos’altro!
Ma intanto nessuno si sta esimendo dal dire la sua sulla vicenda del Burkini, vestito utilizzato da molte donne di fede musulmana per fare il bagno in mare (famosa l’immagine della giocatrice di beach volley egiziana alle recenti Olimpiadi di Rio).
Di fatto vietato in molte città della Francia, mal digerito dalle femministe, difeso dai paladini della libertà di culto a tutti i costi, e sicuramente al centro dell’attenzione mediatica in quanto fonte di preoccupazione per le bagnanti accaldate di quest’ultimo scorcio d’estate.
Dicevamo, la polemica parte dalla Francia. Il primo ministro francese Manuel Valls “comprende” e “sostiene” i sindaci dei comuni francesi che hanno messo al bando sulle spiagge il burkini, costume da bagno delle donne musulmane che copre l’intero corpo. In un’intervista pubblicata dal quotidiano La Provence, Valls precisa però di non volere intervenire con una nuova legge in materia.
La presa di posizione del premier francese contro il burkini non raccoglie però il consenso del nostro ministro dell’Interno Angelino Alfano che si smarca dalla linea dura d’oltralpe: “L’Italia è l’Italia, da noi non c’è il dilagare del fenomeno del burkini. E la Costituzione prevede la libertà di culto”. Per il titolare del Viminale “il modello francese non ha funzionato per il meglio”. “Il ministro dell’Interno – afferma Alfano – ha la responsabilità di garantire la sicurezza e di scegliere il livello di durezza nelle risposte che però non diventi mai provocazione potenzialmente capace di attirare attentati”.
Nel dibattito estivo pro o contro burkini è netta la posizione di Matteo Salvini che sposa in pieno l’iniziativa dei sindaci francesi: “Un plauso ai sindaci che, sia in Francia che in Corsica, stanno mettendo fuori legge il velo integrale in spiaggia: chiedo a tutti i sindaci di città di mare in tutta Italia – è l’appello del leader del Carroccio – di copiare l’esempio, perché si tratta di vietare un simbolo di sopraffazione, di violenza e di arroganza nei confronti delle donne. Vedere queste donne imbaccucate correre alle Olimpiadi o vederle al mare come se fossero avvolte in un tappeto mette profonda tristezza”.
Passando alla Puglia, è intervenuta Irma Melini, Consigliere comunale di Bari, Presidente Commissione Immigrazione e accoglienza ANCI.
“Sono sconcertata – dice la Melini – da come il dibattito politico nazionale e internazionale sia concentrato da giorni sulla “questione” burkini, meglio sul divieto al suo utilizzo.
Vietare il burkini equivale a impedire alle donne mussulmane e non solo di frequentare le spiagge libere nei nostri Paesi. Una discriminazione che lede profondamente i diritti fondamentali sanciti nella Carta costituzionale di molti Stati dell’Unione, in primis l’Italia. Trovo, quindi, strumentale e molto pericoloso – proprio per questione di ordine pubblico se penso a qualche esibizionista “da spiaggia”– leggere le dichiarazioni di esponenti istituzionali che invocano leggi ad hoc per vietarlo sulle nostre coste, anche perché dubito che questi politici credano che al divieto segua poi un “ripensamento” dell’intera comunità musulmana”.
“Cosa diversa sarebbe, invece, se esponenti donne delle comunità islamiche in Europa denunciassero l’obbligo del burkini, quindi chiedessero di non utilizzarlo. Solo in questo caso il senso di indignazione e la “battaglia” politica a tutela delle libertà individuali, cosa diversa da una legge speciale, avrebbero un senso. I numeri e i fatti, però, dicono tutt’altro: “Dal 2008, di burkini ne sono stati venduti oltre 700mila in tutto il mondo”, ha dichiarato la designer che lo ha inventato in Australia e che lo ha venduto “anche ai non musulmani, a ebrei, indù, cristiani, mormoni, donne che avevano vari questioni con il corpo”. Ecco perché insisto con il dire che vietare il burkini oggi vuol dire solo vietare a queste persone di frequentare liberamente le spiagge pubbliche e questo diventerebbe sì un reato”.
Per il segretario della CEI, Monsignor Galantino: “dobbiamo imparare a vivere insieme, e questo vuol dire anche conoscenza dei simboli di altre culture e loro accettazione quando non ledano le esigenze della sicurezza”. “Ogni persona ha diritto a mostrare la propria fede anche nell’abbigliamento, se lo ritiene opportuno”.
“Invito, invece – conclue la Melini – i politici nazionali e d’Oltralpe, uomini e donne, a digitare su internet le parole “donne nude” e poi a chiedersi se il loro senso di indignazione e’ più forte davanti a quelle migliaia di immagini indecenti e indecorose piuttosto che davanti alla scelta di una donna di indossare il burkini per andare a mare. Poi, dopo aver visto queste immagini terribili inizino, sempre che non provino piacere – anche questo e’ un discutibile senso del pudore o sopraffazione – a pensare a quanti minorenni hanno accesso a quelle immagini e quali effetti devastanti hanno su di loro. Poi, si interroghino profondamente su cosa sia un “simbolo di arroganza di sopraffazione e violenza nei confronti delle donne”, tanto per citare un Europarlamentare che vieterebbe oggi stesso il burkini e che ha deciso di farne una battaglia, rischiando che diventi una battaglia di religione. Invito, perciò, i politici a dedicarsi a questioni più serie e a non cercare di alzare altri “muri” in questa Europa fin troppo divisa”.












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