Siamo a Riva di Chieri, nel torinese dove lo stabilimento della Embraco, controllata Whirpool, assiste ad un duro braccio di ferro con sindacati e tavoli governativi. Un operaio impiegato da 25 anni, nella totale disperazione di perdere il posto, si è incatenato ai cancelli: “Non voglio mollare, è la mia fabbrica che mi ha dato da mangiare per 25 anni, finché c’è uno spiraglio non mollerò.”
Nel frattempo il Ministro dello Sviluppo Economico Carlo Calenda vola a Bruxelles, per trattare con la commissaria alla concorrenza Vestager, possibili aiuti che non violino i dettami europei.
La questione, è l’ennesimo esempio di dumping sociale, con una delocalizzazione in Slovacchia e Polonia, dove l’incidenza delle voci di costo lavorative sono sensibilmente più basse e con minori tutele.
Non solo l’azienda si è rifiutata di sospendere i 500 licenziamenti, ma nel frattempo aveva proposto il part-time forzato sino a Novembre per tutte le maestranze. Irricevibile dai sindacati e che ha trovato d’accordo lo stesso Calenda ed il Presidente della Regione Piemonte Chiamparino: “Atteggiamento incomprensibile e irresponsabile.”
A tutto ciò i legali dell’impresa hanno rigettato anche la possibilità di aderire alla cassa integrazione, per evitare che la produzione di compressori per frigoriferi migri altrove. Insomma, una chiusura totale, antisindacale, e contro ogni patto etico-sociale con il Belpaese.
“Vogliamo sapere come s’intenda affrontare il problema. Esiste una norma nei trattati che potrebbe consentire al governo italiano di derogare al principio degli aiuti di Stato, quindi di potere aiutare le aziende quando si è in presenza di un pacchetto che viene offerto da un altro Paese e di potere offrire le stesse condizioni. Voglio capire se sia utilizzabile perché in questo caso saremmo in un’altra partita che possiamo combattere ad armi pari.”, conclude il Ministro del Mise.
Sostanzialmente, offrire a specchio le stesse condizioni che offrirebbero i Paesi ospitanti del nuovo polo industriale. Un aiuto di Stato in tutto e per tutto, avendo però l’autorizzazione dell’Europa.
Considerando anche il messaggio distorto che passerebbe, per cui esisterebbe una sorta di concorrenza sleale all’interno dell’Italia, dove un imprenditore si troverebbe con un cuneo di costi differente, a parità di risorse, rispetto ad un altro.
Curata l’emergenza, il sintomo di questo naufragare di PIL, bisognerà incidere sulle cause strutturali, che sono pressione fiscale e contributiva, e pensare magari a dei pacchetti alla Trump. Per cui si adottino dei dazi nei confronti di chi, spostata la produzione all’estero, poi intenda vendere nei confronti del nostro Paese.











