Ci potrebbero essere tante ragioni per spiegare perché il Movimento 5 Stelle abbia avuto un plebiscito totale al Sud, e invece non sia stato maggioritario al Nord. Si potrebbe analizzare il gap che al Sud ancora scotta un Carroccio in ascesa, ma più zoppo nel Meridione. E questo elucubrerebbe in parte.
Ancora, la frustrazione e l’invidia sociale verso un capro espiatorio (la casta), più sentite in un popolo maggiormente sentimentale ed istintivo, specialmente da Roma in giù. E poi vi è il dato più puramente politico, insito nelle proposte-promesse elettorali.
La coalizione di centrodestra ha alzato lo sguardo sulla pressione fiscale, le accise sui carburanti, l’IRAP, la detassazione dei salari di produttività, la Flat Tax con il riordino delle aliquote erariali. Tutti temi sentiti profondamente nel cuore produttivo del Paese, nella pancia che produce, che fattura, che scalda le Partite Iva.
Ovvio che la sensibilità ai temi sia figlia di una premessa, la condizione personale. Senza cadere negli stereotipi, è palese a chiunque che i maggiori agglomerati produttivi, le grandi imprese, autostrade e lavori, si svolgano in larga parte e con ritmi più intensi nel Settentrione.
Il federalismo fiscale ad esempio, è un tema cruciale per la Lombardia ma inviso ai calabresi. E se anche concettualmente vi è una sana contaminazione virtuosa in tutti i territori, salta in piedi solo chi ha la sedia bollente.
Dove la disoccupazione è alle stelle, il PIL è a livello greco, mancano le infrastrutture e c’è la più alta densità di impiego pubblico, non renderebbe meglio un discorso assistenziale?
Il Partito Democratico asfaltato da anni di Governo con politiche economiche così discutibili sul piano della socialità, è stato scalzato dal Movimento 5 Stelle sul tema delle pensioni, diritti civili, uguaglianza, meritocrazia, e sostegno ai più poveri.
Mi ha colpito una riflessione raccolta da “La Stampa”, che a Pomigliano, città partenopea del candidato Premier pentastellato Luigi Di Maio, ha centrato perfettamente la questione, grazie ad una testimonianza: “E allora voglio credere che con Luigi Di Maio le cose cambieranno. E certo l’idea del reddito di cittadinanza mi piace più di quella di Salvini che vuole tagliare le tasse, perché noi che non abbiamo una lira non abbiamo tasse da tagliare ma abbiano bocche da sfamare.”
Che tasse tagli a chi non lavora? A chi lavora in nero? A chi si accontenta di lavoretti saltuari? Come attecchisce il disegno della pacificazione fiscale su chi è già nullatenente? Vero o fittizio che sia, ci siamo capiti, in condizioni di assoluta precarietà, uno stabile sostegno dello Stato non guasta per niente.
E a questi si aggiungono i cosiddetti millennials, ovvero birbanti neo diciottenni in cerca di denaro facile, perché andare alla ricerca di un lavoro che non c’è quando posso campare di sussidio?
Insomma, il “tengo famiglia” non è morto, è vivo e vegeta tra noi, anche se non bazzica più nella DC o nel PSI, i siculi lo sanno bene: “Munnu ha statu e munnu è” (il mondo è sempre lo stesso).











