HomeCulturaCinemaUno splendido Ralph Towner al Teatro Palazzo per Time Zones

Uno splendido Ralph Towner al Teatro Palazzo per Time Zones

Ci si aspettava il sold out al Teatro Palazzo per Ralph Towner, chitarrista di fama internazionale ospitato a Bari per la 33^ edizione di Time Zones, ma così non è stato. Un pubblico distratto non può essere  giustificato per la sua assenza se si esclude ogni forma di snobismo. Non se ne vedrebbe il senso. E’ triste trovare una platea piena a metà (mezza vuota?). E gli assenti hanno sempre torto, perché in questo caso hanno perso l’opportunità di venire in contatto con un musicista di grande caratura, giustamente definito l’Andrès Segovia del jazz, anche se ad un artista come lui ogni etichetta non ha significato.

Ma andiamo per ordine, perché la performance di Towner è stata preceduta da quella di Andrea Belfi, un batterista che ha scelto una strada personalissima votata alla sperimentazione di indirizzo minimalista. Buono il suo live act in chiave elettroacustica, affidato alla batteria finlandese Saari e al modulatore Nord: il risultato è armonioso, tra tensioni ritmiche incapaci di distensioni melodiche e tessiture elettroniche programmate. L’abbinamento del ritmo (cardiaco) a quello meccanico dell’elettronica è forse l’esatta misura del nostro tempo.

Alle 22,30 è salito sul palco Ralph Towner, pianista e chitarrista del mitico gruppo degli Oregon, molto attivo negli anni ’70. Gli Oregon hanno segnato la storia della musica di quegli anni, andando ad annidarsi in una “nicchia” di jazz acustico di confine in cui veniva privilegiata la forma rispetto ai contenuti: accostare improvvisazione, jazz e musica classica con uno sguardo alla world music non è impresa agevole. E desta stupore ascoltare insieme un oboe con percussioni indiane o una chitarra folk con un contrabbasso jazz. Da quando nel 1984 in un incidente stradale perirono due elementi dell’organico (il percussionista Collin Walcott e il manager Jo Harting), gli Oregon subirono un duro colpo, ma continuarono la loro attività. Nel 2000 incisero uno storico doppio cd, “Oregon in Moscow”. Ralph Towner ora si esibisce quasi sempre da solo con chitarra a sei o a dodici corde, serbando un’anima più spiccatamente jazz ma con un melodismo di ispirazione classica.

Innovatore come pochi non ha seguito la strada degli stravolgimenti a tutti i costi, ma un percorso personale raffinato e intimista, come in una specie di rivoluzione silenziosa. E in questa direzione sono andate le sue collaborazioni con Jan Garbarek o Lary Coryell o Paolo Fresu. Di fronte al pubblico barese Towner ha presentato soprattuttoi brani dal suo ultimo album del 2017 pubblicato dalla ECM, “My Foolish Heart”, la stessa composizione di Victor Young e Ned Whashington del 1949 che fu felicemente interpretata da Bill Evans, uno dei suoi musicisti preferiti. E’ stato un concerto in chiaroscuro, fatto di una musica in cui le strade del jazz si fondono e sfumano in nome di un classicismo profondo e melodico: atmosfere limpide, intriganti e complesse a volte, in cui perdersi e ritrovarsi. Ci si lascia volentieri  tentare da eleganze assolute verso introspezioni e meditazioni armoniche. Il jazz cede il passo a momenti descrittivi, icastici, avvolgenti. E chi si aspetta qualche elemento di minimalismo cede al fascino di composizioni sottilmente barocche, esempi di musica colta. Sorprende pertanto quando l’artista afferma che suona “brani virtualmente improvvisati”.

Pur dotato di tecnica impeccabile, Towner non ha fatto mai ricorso a virtuosismi: è l’umiltà dei grandi.

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