Nella vita di una donna può succedere di incontrare l’uomo giusto, stare insieme, sposarsi. Poi, il passo successivo, quello più naturale, sembra essere generare una nuova vita. A volte il percorso non è questo. A volte l’esistenza ci pone davanti ad ostacoli difficili da superare, ostacoli che ci mettono di fronte alle nostre fragilità, che mettono in gioco i nostri progetti, ostacoli che ci costringono a cambiare rotta. A volte, però, il cambiamento può portare ancora verso la felicità e verso quel senso di completezza a cui tanto anelavamo. È questa un po’ la storia di Daniela Scorrano, docente di materie giuridiche originaria di Taranto, autrice di “La scelta del cuore” (Edizioni Vertigo), libro nel quale racconta il momento in cui ha cominciato ad essere anche lei un genitore, insieme a suo marito, un genitore come tutti gli altri, con una figlia da amare, da crescere, da proteggere. Daniela e Massimo hanno adottato grazie al Ciai – Centro Italiano Aiuti all’Infanzia – Maria Jose, una dolcissima bimba colombiana.
Daniela, perché hai deciso di scrivere questo libro?
In realtà il racconto è una pagina di diario. Però ho pensato che la mia esperienza potesse essere un incentivo per tante coppie che non trovano il coraggio di cominciare il percorso per l’adozione. È difficoltoso arrivare all’idea di adottare un bambino. Tutto parte dalla consapevolezza di essere sterile: il concepimento sembra qualcosa di naturale, di scontato, ma non è così e questo diviene un dolore dapprima per la donna, poi per la coppia. Bisogna seguire il proprio percorso per essere in grado di arrivare a questa scelta. Devo ammettere che per noi è stato più naturale in quanto c’erano stati altri casi di adozione in famiglia ma la verità è che, per una decisione di questo tipo, è necessario essere sereni, convinti con pancia, cuore e testa: si adotta non per essere genitori ma per dare una famiglia ad un bambino.
Nel tuo racconto manca quasi del tutto la parte riguardante la fecondazione assistita. A cosa è dovuta questa omissione?
Il periodo della Fivet – Fertilizzazione In Vitro con Embryo Transfer, una tecnica di procreazione assistita – è stato terribile, non dal punto di vista strettamente scientifico, da quello umano sicuramente sì. L’aspetto psicologico e gli effetti della terapia sul mio corpo, non solo sull’apparato riproduttore, non sono stati affatto presi in considerazione. I medici non mi davano spiegazioni sul perché fossi sterile e, l’unica persona che in quel frangente mi ha mostrato umanità e mi ha spiegato il motivo per il quale non potessi avere figli, è stato Carlo Flamigni, una delle autorità italiane nel campo. Da quel momento in poi nei miei pensieri ho lasciato spazio all’adozione.
Come mai un’adozione internazionale?
Per la tempistica più breve rispetto alle adozioni in Italia. Certo, anche in territorio internazionale, i tempi possono essere lunghi ma, se ci si affida ad organizzazioni serie come il Ciai, le preoccupazioni diminuiscono e si è sicuri di essere in buone mani, con tutti gli aiuti psicologici e burocratici necessari, presenti in Italia ed in loco. Possono passare dai 2 ai 3 anni per l’intero iter, al massimo 5 se ci sono problemi a livello governativo nel paese di provenienza dei bambini.
All’inizio dicevi che, con questo libro, volevi infondere coraggio nelle coppie che desidererebbero adottare. Credi ci sia ancora molta ignoranza riguardo questo tema?
Sì, credo di sì. Dal punto di vista di chi vorrebbe adottare, bisognerebbe capire che i bambini hanno un vissuto di abbandono di cui si deve tener conto e che si deve affrontare giorno per giorno. In generale c’è ancora troppa diffidenza, si guarda all’adozione come a qualcosa di strano, di misterioso. Io sono un genitore, mi sento serena ed adotterei ancora tantissimi altri bambini.











