Il Santuario di San Michele a Monte Sant’Angelo è uno dei luoghi sacri più celebri al mondo.
Circondato da un paesaggio impervio e verdeggiante, sorge su un’altura, incastonata sul tracciato dell’antica Via Sacra Langobardorum, il percorso di origine medievale che attraversava i territori pugliesi di dominazione longobarda.
L’origine del Santuario si colloca tra la fine del V e l’inizio del VI secolo quando, come testimonia il “Liber de apparitione sancti Michaelis in Monte Gargano”, le iniziative del vescovo di Siponto, per estirpare il culto pagano tra gli abitanti della regione, furono accompagnate dal racconto di apparizioni e fatti miracolosi.
Furono proprio queste leggende a dare origine al culto dell’Arcangelo Michele sul promontorio pugliese.
La fortuna del luogo risale, però, soprattutto all’età longobarda.
Infatti, in ragione del fatto che il Santuario convogliava l’interesse delle diverse forze che agivano nell’Italia meridionale, tra il VI e il VII secolo, esso assunse progressivamente più importanza, intrecciandosi strettamente con la storia di questo popolo.
Il Santuario svolse un preciso ruolo di mediazione tra la promozione di una fede popolare e il consolidarsi di una politica religiosa, divenendo, in breve, il sacrario nazionale dei Longobardi, che vedevano nell’Arcangelo la figura ideale di un Dio guerriero e protettore.
Una leggenda narra che nel 662-663 d.C. i Bizantini attaccarono il Santuario, in difesa del quale accorse Grimoaldo I, duca di Benevento. La battaglia, accompagnata da terremoti, folgori e saette, si concluse con il successo di Grimoaldo, ma la vittoria fu descritta come voluta proprio da San Michele.
L’episodio sarebbe avvenuto l’8 maggio, divenuto in seguito il dies festus dell’Angelo sul Gargano: da allora fu sancito ufficialmente il legame tra il culto dell’Angelo e il popolo longobardo.
Del resto, la stessa Via Sacra dei Longobardi congiungeva idealmente il santuario di Mont Saint Michel in Francia con quello pugliese: due luoghi sacri uniti nel nome di San Michele Arcangelo.
La Basilica del Santo fu dunque inserita in un circuito di pellegrinaggi e divenne meta di numerosissimi fedeli provenienti anche dalle regioni più settentrionali dell’Europa, come è testimoniato dalle diverse iscrizioni incise sui muri degli ingressi, talune addirittura in carattere “runico”.
Nei secoli successivi il santuario subì numerosi attacchi da parte dei saraceni e fu restaurato dall’arcivescovo di Benevento nel IX secolo. In seguito, prima i Normanni, poi gli Angioini lasciarono il segno del proprio passaggio sul territorio nella “Celeste Basilica”, che oggi è affidata alla Congregazione di San Michele Arcangelo.
In origine, il luogo era ben diverso da come ci appare oggi: all’immensa caverna, dove si diceva fosse apparso San Michele, si accedeva salendo da una valle e sbucando, attraverso un porticato ed una galleria, direttamente nell’irregolare e profondo antro.
Oggi, invece, da un vestibolo si accede ad una scalinata di 86 gradini che conducono alla Sacra Grotta.
Qui un’iscrizione recita: “Dove si spalanca la roccia, lì saranno perdonati i peccati degli uomini”.
Sono le parole dell’Arcangelo e la loro presenza tra le rocce consacra in eterno questo luogo mistico.
Il santuario di San Michele Arcangelo, il dio guerriero dei longobardi

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