È dal maggio ’91 che l’Italia ha a cuore la stretta all’uso della liquidità, all’epoca il primo limite introdotto inchiodava la soglia a 20 milioni di lire. Con l’entrata in vigore dell’euro la conversione portava 10.329,14 euro. Il 25 giugno 2008 il limite all’uso del denaro contante per le normative antiriciclaggio è stato fissato a 12.500 euro.
Il 31 maggio 2010 tale limite per i pagamenti è sceso a 5.000 euro. Il 13 agosto 2011 per il cash siamo arrivati a 2.500 euro, ed il 6 dicembre 2011 – sotto la guida del Governo Monti – la misura più draconiana con il tetto a mille euro.
Quindi se volevate pagare un importo superiore a 999,99 euro, serviva necessariamente uno strumento tracciabile, come il bonifico, l’assegno, la carta di credito. Poi è arrivato l’esecutivo Renzi ed intelligentemente ha ridato un po’ di respiro, riportando il limite dal 1° gennaio 2016 a 3mila euro.
Saltando qualche passaggio intermedio, questa è la crono-storia e la battaglia culturale, ideologica, e di “caccia all’evasore”, che una certa fetta di Paese porta avanti. Oggi nell’esecutivo Conte II rispunta l’intento di riportare tale limite a mille euro, facendo un balzo in avanti con il cosiddetto “conflitto d’interesse fiscale”.
Ovvero una detrazione ipotizzata tra il 10% ed il 19% per quei settori ad alto contenuto di liquidità. Come le spese dal parrucchiere, per l’idraulica, ristoratori, meccanici, ecc. I 5Stelle paiono concordi, purché si azzerino le commissioni bancarie per gli esercenti che accettano pagamenti digitali sotto i 5 euro.
Secondo uno studio diramato da BankItalia nel 2016 il nostro Paese ha l’86% delle transazioni regolate in contanti, per un valore pari al 68,4% del totale. Quindi è evidente che i nostri usi e costumi siano in netta controtendenza rispetto ai desiderata dell’Esecutivo, volti a coartare il diritto alla liquidità.
È una questione anche di principio, visto che la teoria liberale non condanna mai a priori il consumatore, risparmiatore od imprenditore, e fino a prova contraria uno è legittimato a spendere come meglio crede il denaro onestamente guadagnato, senza dovere dare spiegazioni a nessuno e senza penalità.
Invero, vale il contrario. È lo Stato a dovere dimostrare un utilizzo od un provento illecito, quindi l’onere della prova non può mai ricadere sulla testa del cittadino. È un patto di lealtà con il fisco imprescindibile se si vuole sanare la percezione dell’esattore nemico.












