HomeBlogAddio Mr. Funky. George Michael oltre gli scandali

Addio Mr. Funky. George Michael oltre gli scandali

Rimesteranno nel torbido, tireranno fuori storie di droga, di un arresto in un cesso pubblico, di guida sotto effetto di cannabis. Di omosessualità, di vizio, di dissolutezza. Qualcuno dirà “se l’è andata a cercare”, qualcun altro farà battutacce sull’ultimo Natale. Qualcuno lo ricorderà esclusivamente per quel “Last Christmas”, cavalcando l’onda del destino che l’ha portato via proprio il 25 dicembre. Di certo non era un santo, non era un supereroe e non era propriamente un esempio da seguire. Sarebbe ridicolo provare a scrivere un’agiografia di George Michael, sospinti anche dall’emotiva, l’incredulità e lo shock totale. Ma, a voler essere sinceri, chi lo seguiva e lo amava, fans compresi, viveva con una sorta di ansia come se, da un momento all’altro, quella brutta e maledetta notizia dovesse arrivare. E questa notte è arrivata, mettendo il punto ad una vita ed una carriera vissuta al massimo in entrambi i sensi, costringendoci una volta di più in questo bastardo 2016 a confrontarci con quel che rimane della musica.

Lo ricorderanno per gli inizi quasi scapestrati con gli Wham!, il duo fondato con l’amico Andrew Ridgeley artefice di successi come Wake me up before you go-go, I’m your man e il famigerato “Last Christmas”. Divennero un’icona degli anni ’80, tra video leggeri e naif, musiche (allora) considerate di rapido consumo e concerti che li portarono fino in Cina, riscuotendo un successo stratosferico, tra capelli cotonati e tinti, orecchini con crocefissi quasi in scala reale e un abbigliamento da duro da road house, Icone pop, idoli (George soprattutto) delle ragazzine. Ma è dal 1986 che Michael, nome naturalizzato per esigenze di classifica dal più duro Georgios Kyriacos Panayiotou, comincia la scalata al successo solista, realizzando il suo sogno di diventare una rock star completa. Preceduto da A different corner e Careless Whispers, pubblica l’album “Faith” e tutto cambia: basti pensare che nell’album sono contenute alcune delle sue canzoni più belle, “One more try” (scritta quando aveva 11 anni) e “Father figure”, oltre alla title track consacrata dal video col juke-box e la posa alla Fonzie.

Omaggeranno i suoi anni ’90 ricordando solo il cambio di look, l’arresto per condotta immorale e “Jesus to a child”, mentre dietro c’è un mondo interiore immenso e un evento che scatenerà la sua lunga e discontinua discesa all’inferno. Quando nel 1990 pubblica “Listen without prejudice”, Michael sceglie una linea ben precisa da seguire, votata all’amore per la musica: si nega in copertina, nelle interviste, nei video, quasi scomparendo totalmente per lasciare spazio solo alla sua voce e le sue note. Cosa che solo i grandi cantanti possono permettersi. Due canzoni su tutte, “Praying for time” e “Freedom”, così diverse tra loro in ogni senso, danno la misura dell’ecletticità del cantante, cosa che il pubblico recepisce e premia con le vendite del LP. Nel 1991 è Sir Elton John in persona a incoronarlo come suo successore nel mondo della musica pop, regalandogli un duetto in “Don’t let the sun go down on me” e sancendo un’amicizia destinata a uno stop improvviso (ma ci arriveremo dopo). L’anno seguente partecipa al “Freddie Mercury Tribute” e qui vieni giù mezzo mondo. La sua performance di “Somebody to love” fa gridare al miracolo, tanto che molti reclamano a gran voce l’arrivo di George nei Queen come degno erede (non sostituto, sia ben chiaro), di Mercury. Incomprensibilmente, la leggenda narra che il cantante si sia rifiutato, forse per ego, forse per rispetto del suo predecessore.

Si parlerà della sua diatriba con la Sony che lo costrinse a quattro anni di silenzio e al successivo ritorno con “Older” e le hit “Jesus toa child”, “Spinning the wheel” e “Star People”. Ma è proprio in quegli anni di buio che qualcosa succede nella vita di Michael, qualcosa di devastante e che doveva restare ancora nascosto perchè il mondo poteva ascoltare le sue canzoni senza pregiudizio ma non era ancora pronto a guardare all’uomo senza giudicarlo. Proprio “Jesus to a child” è una malinconica ballata dedicata (lo si scoprirà dopo) all’ex compagno del cantante, morto nel 1992 a causa dell’AIDS. Deciso a mantenere il segreto sulla propria sessualità, resta con il proprio dolore chiuso nel cuore a mecerare e a proiettarlo in solitudine verso il baratro dell’incomprensione e della ricerca del distacco dalla realtà attraverso le droghe e l’estremizzazione del sesso.

E si sogghignerà pensando al suo arresto nel 1996, avvenuto in un bagno pubblico di Beverly Hills per atti osceni, senza documentarsi su come siano andate precisamente le cose. Ma questo basterà a costringerlo al coming out definitivo, incorniciato genialmente dal video di “Outside”. Michael verrà deriso e giudicato dalla stampa e dai suoi stessi colleghi, anche da Elton che lo critica per non aver nascosto la propria sessualità per tanti anni, scatenando un battibecco abbastanza acido tra i due. Seguiranno altri arresti per possesso di droga, guida in stato di ebrezza, critiche, tweet talvolta sconclusionati, ricoveri, il “25 tour” che fa tappa anche in Italia nel 2006 e nel 2007, monumentale omaggio ai suoi 25 anni di carriera incorniciati in dei live perfetti ai limiti della maniacalità. Era in splendida forma, non sbagliava una nota ed era autoironico ed elegante; riusciva ancora a nascondere tutto quello che non funzionava più nella sua testa, cercando nel pubblico l’amore che desiderava e l’approvazione umana che gli veniva negata dal mondo della musica. Nel 2012 chiude la cerimonia delle Olimpiadi cantando “Freedom” e nel 2014 pubblica il live estratto dal suo tour “Symphonica”, in cui rivisita i suoi successi con un arrangiamento classico.

George Michael era un’Artista a trecentosessanta gradi, qualcosa che andava oltre quella specie di macchina da gossip e scandali che certi giornalisti perniciosi si divertivano a descrivere. Un colosso d’argilla, segnato dalla sofferenza e incapace di reagire a causa del suo volersi nascondere a tutti i costi. Cosa sia successo questa notte non lo sapremo, forse, mai con certezza. E non ne abbiamo neanche bisogno. Forse è vera quella leggenda neanche tanto sussurrata nei corridoi delle major, per cui Elton John l’avesse più volte costretto al ricovero coatto per disintossicarsi e curare definitivamente la sua depressione. E che, ogni volta, George Michael avesse abbandonato le cure per tornare ad autodistruggersi. Che la sua fine sia stata una scelta premeditata sulla lunga distanza non importa, è comunque parte della vita di un essere umano e del suo dolore. Nessuno potrà mai restituire al mondo quello che George Michael è stato. E tutto quello che avrebbe ancora potuto essere.

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