Le canzoni di Dario Brunori sono foto di gruppo che inglobano tutti noi, immortalati un momento prima del maquillage multimediale che ci trasforma in maschere, finzioni, apparenze. Così poco artefatto da non sembrar vero, il cantautore calabrese ha boicottato nei sui testi i massimi sistemi – ma solo in apparenza – per far posto ai piccoli protagonisti delle sue storie, quei Poveri Cristi – o Loser, citando Beck – di cui egli stesso sente di far parte. Provate a chiedergli i suoi progetti per il futuro, lui ammetterà candidamente: “l’impianto elettrico a casa”.
“Ho la tendenza a raccontare storie che conosco – confessa Brunori, nel backstage della data barese del tour Una società a responsabilità limitata – Ai tempi del mio primo disco mi sembrava rivoluzionario raccontare le cose che avevo sotto gli occhi, mentre nel contesto artistico in cui mi stavo addentrando la tendenza sembrava accostare grande qualità e poco contatto con alcune realtà”. Nelle canzoni e nei monologhi che compongono il suo ultimo spettacolo, il bisogno di tornare al contatto con il quotidiano riemerge dagli assi del palco dello Showville come il cuore rivelatore di Edgar Allan Poe. Un senso di colpa verso “il popolare, il radicato, il genuino” che dissimuliamo per dar spazio ad un altro-da-noi di cui Brunori stesso, nel corso della lunga ed intensa esibizione, promette di farsi carico per addolcire la pillola e togliere un inutile peso al pubblico.
Il manifesto della disillusione.Tutta la produzione artistica di Brunori ruota attorno a un’idea: al netto di ogni sovrastruttura culturale, tutti, come lui, proveniamo da un piccolo paese. Compito del cantautore – o forse, per cercare una definizione più calzante, del cantastorie – è quello di “osservare, avere una panoramica sulle cose, guardare ciò che succede in piazza da una prospettiva diversa – racconta Brunori – L’artista che si getta nella mischia e prende posizione perde la sua capacità di guardare un quadro nel complesso. Il cantautore – prosegue – non deve dare delle risposte ma suggerire delle domande”.
È il caso dell’irriverente Mambo reazionario, ultimo singolo dell’album Il cammino di Santiago in Taxi, piccolo manifesto del rivoluzionario annacquato, trasposizione musicale dell’adagio “nascere incendiario e morire pompiere”. “Il pezzo è nato dall’idea di prendermi in giro – ammette Brunori – Nella stesura del testo ho aggiunto una serie di altri personaggi che ho conosciuto, sedati nel loro spirito rivoluzionario dall’abitudine, dalla routine”. La quotidianità che anestetizza finisce così per generare mostri. “Si finisce per assistere a polemiche all’acqua di rose su simboli ormai svuotati del loro significato originario”.
La gavetta… in furgoncino. La “salvezza dell’anima” è un obiettivo da raggiungere presto. Prestissimo. A costo di perdere il senso spirituale del viaggio. Rimanderà a questo il titolo dell’ultimo disco del cantautore calabrese (Il cammino di Santiago in Taxi)? Anche in questo, forse, c’è un pizzico di autobiografia. “Per farci conoscere abbiamo seguito il percorso più lungo – spiega Brunori – Per una buona fetta del pubblico non esisti o resti sempre, comunque un emergente, fin quando non arrivi ai canali generalisti, ai grandi network, in televisione”.
Il suo pubblico, intanto, cresce. “Se vuoi emergere per la casalinga di Voghera, o comunque avere questo tipo di popolarità – ammette – il percorso è molto difficoltoso o paradossalmente più facile se arrivi dai talent. Discograficamente quel mondo vive di quelle cose” e non di furgoncini scarrozzati in giro per l’Italia, ancora oggi come agli esordi, nonostante la prima Brunori Sas si sia oggi evoluta in una Srl. Il merito? Viene dall’alto. “Se oggi sono qui lo devo a mio padre, che dall’aldilà evidentemente mi fa delle raccomandazioni”.











