Santa Maria al Bagno, frazione di Nardò, non è un grosso centro, ma durante l’estate si trasforma in un bellissimo luogo di villeggiatura.
Deve essere sembrato tale anche alle centinaia di profughi ebrei che, scampati miracolosamente alla shoah, vennero portati qui nel 1943, in attesa di essere trasferiti altrove.
Questo tranquillo angolo di Puglia era stato scelto, infatti, per ospitare un campo di accoglienza, in quanto vi erano molte abitazioni di villeggiatura, perciò non indispensabili per il domicilio dei proprietari.
Il campo era aperto, cioè non aveva alcuna delimitazione e si estendeva da Santa Maria al Bagno a Santa Caterina e da qui, nell’entroterra tarantino.
La macchina organizzativa allestita dagli alleati funzionava alla perfezione: i profughi appena arrivati venivano presi in consegna dai soldati inglesi, registrati, curati ed accompagnati da un abitante del luogo, nominato “mayor” dal comando alleato, alle case messe loro a disposizione.
Da quel momento in poi si cercava di regalare loro una vita “normale”, che allontanasse il ricordo della sofferenza passata.
Il campo di S. Maria al Bagno funzionava come una vera e propria città: molti artigiani, anche dei paesi vicini, vi lavoravano come meccanici, falegnami, elettricisti, sarte, calzolai e muratori e ai profughi ebrei non mancava mai da mangiare.
Gli inglesi, deputati alla gestione del campo, distribuivano loro gli aiuti americani: carne in scatola, pane bianco, cioccolato, formaggio, latte in polvere e tanti altri prodotti che anche la gente del luogo, in tempo di guerra, aveva potuto solo sognare. Pertanto, anche i residenti poterono beneficiare dei regali “alleati” e barattavano volentieri queste cose con arance e limoni, di cui gli ebrei andavano alla ricerca.
I profughi che sopraggiungevano nel campo erano tantissimi e gli arrivi si intensificarono anche di più, a partire dalla primavera del 1945, a seguito della liberazione dai camnpi di sterminio e, in genere, dalla fine della guerra.
I profughi ebrei erano nella maggior parte di nazionalità polacca, ma anche greca, albanese, autriaca, macedone, rumena, russa, tedesca, slava e ungherese.
Presto essi impararono ad organizzarsi anche da soli.
Avevano, per esempio, un proprio corpo di polizia e costruirono tutto quanto necessario per ricordare la propria religione e le proprie tradizioni: una sinagoga, che era ospitata in un locale dell’attuale piazza Nardò; il centro di preghiera per bambini e orfani; un piccolo kibbutz (le tipiche fattorie di tradizione ebrea), organizzato in una vecchia masseria alle porte del paese; il municipio, sito nell’attuale villa De Benedictis.
Il campo raggiunse il tetto massimo di quattro mila profughi, ma furono asscurati sempre tutti i complessi servizi necessari alla vita di una comunità di tali dimensioni, tra i quali l’ospedale e il servizio postale.
I ragazzi più piccoli frequentavano la scuola del paese, mentre i più grandi andavano al ginnasio e al liceo nella vicina Nardò.
Tra i ragazzi italiani e quelli ebrei si creò presto un clima di amicizia e solidarietà e non mancarono occasioni di festa e fraternità.
Tutti gli ebrei italiani e stranieri che sono passati da questo campo raccontano di essersi trovati bene, ma è chiaro che per molti di loro il sogno era quello di partire al più presto, per raggiungere l’America, l’Australia o l’America del Sud, ma soprattutto la terra dei loro antichi padri Abramo e Mosè, la Palestina.
Questo era però il progetto più difficile da realizzare, soprattutto a causa dell’ostruzionismo degli inglesi, filoarabi, sui cui territori avevano il protettorato. Contro la posizione inglese in campo internazionale era molto attiva, in quegli anni, una società segreta, la Betar, ed anche molti giovani ebrei del campo di S. Maria al Bagno vi aderirono.
Del resto, anche se non ancora opportunamente documentato, sembra che tra i giovani ospiti del campo salentino vi fossero anche personaggi di rilievo del futuro stato d’Israele, come David Ben Gurion (che, nel 1948, sarebbe diventato il primo presidente del nuovo stato d’Israele) o Golda Meir (che sarà per molti anni Primo MInistro ed importante punto di riferimento per il suo paese).
A testimonianza perenne della vicende di quei giorni e della vita quotidiana nel campo profughi pugliese sono rimasti tre interessanti murales, realizzati su altrettanti pareti di una casetta, che, al tempo, era adibita a deposito.
Il più grande racconta la storia degli ebrei profughi, liberati dai campi di concentramento d’Europa e portati a Santa Maria al Bagno, da dove un gioioso e lungissimo corteo di persone riprende il cammino verso la Terra Promessa, simboleggiata, nella scena, dalla stella di David e dalle palme del deserto.
Il secondo murales sottolinea la religiosità del popolo ebraico, raffigurata dal tradizionale candelabro a sette braccia, posato su un altare e protetto da due soldati ebrei che montano di guardia. Il terzo murales rappresenta una madre con due bambini che, davanti ad un posto di blocco, chiede invano ad un soldato inglese di poter entrare a Gerusalemme.
Il campo profughi pugliese fu chiuso nel 1947. Molti ebrei lasciarono (con dispiacere) i loro amici italiani e si trasferirono altrove; alcuni di essi, però, scelsero di restare e rifarsi una vita partendo proprio dalla Puglia, da quella terra che li aveva accolti e che per loro, alla fine, era diventata la Terra Promessa.











