Cinque stelle e popcorn

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2.500 anni fa il filosofo Aristotele asseverava: “Ogni popolo ha il Governo che merita.” E forse noi italiani siamo davvero inguaiati se non riusciamo a vederne nemmeno l’ombra stagliarsi all’orizzonte.

Ma tant’è, Luigi Di Maio incontra gli oltre 300 eletti a 5 stelle, per assicurare loro che un Esecutivo lo formeranno, anche se non è ancora chiaro con quali numeri e con quali prospettive, perché per poter avere la fiducia delle Camere una alleanza comunque dovranno stringerla con qualcuno.

In fondo è curioso, ad ogni tornata elettorale si cercano i cosiddetti “responsabili”, ovvero un gruppo di parlamentari che sganciandosi dai loro partiti, tradendo di fatto il mandato elettorale, vanno a vendersi in cambio di prebende e sotto incarichi. È lo scempio che si è fatto del divieto di vincolo di mandato, guarentigie costituzionale che serviva a rendere l’eligendo scevro da gabbie territoriali o partitiche.

Detto ciò, il candidato in pectore del Movimento 5 Stelle scandisce: “Se ci sarà un governo Pd-FI-Lega prenderemo i popcorn e vedremo aumentare ancora di più il nostro consenso.” Cosa che lo scrivente caldeggia, sposa, ritiene pertinente. Tuttavia sfugge perché non dovrebbe essere vero il contrario, una maggioranza M5S-PD non sgretolerebbe la loro credibilità facendo schizzare in quota la Lega?

E poi dopo la boutade di Beppe Grillo di qualche anno fa: “Apriremo il Parlamento come una scatoletta di tonno”, arriva un po’ più serafico Di Maio: “Siamo una lampadina gialla che illuminerà il Parlamento con gli interessi e le esigenze dei cittadini.”

Tuttavia non hanno brillato, né dove sono stati messi alla prova di Governo, né in Parlamento in questi anni, maturando una caterva di consensi per poi congelarli e renderli fieri all’opposizione. È nel DNA di questo partito il controcanto, la denuncia plateale, fare i vigilanti dell’operato altrui. I grillini sono l’evoluzione delle ronde notturne, gli Alfonso Signorini della buvette, pronti a massacrare chiunque si sia sporcato di panna.

La dura realtà però è che per Amministrare non basta la (presunta) onestà, come se ci fosse una banda degli adamantini e tutti gli altri siano ladri scalmanati. Anzi, è un prerequisito importantissimo, ma poi servono capacità, competenze, senso della mediazione, empatia, risolutezza, e tante altre virtù.

Anche Padre Pio se messo alla guida di una multinazionale potrebbe fare danni, i miracoli sono nei campi d’appartenenza, ed un probo cittadino non vuol dire che sia un eccellente manager.

Last but not least, per giudicare la rettitudine degli uomini di potere, c’è bisogno che esercitino e gestiscano qualcosa. Un disoccupato onesto per costrizione, non è uguale ad un fedele servitore dello Stato, onesto per scelta.

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Classe '91, ragioniere di titolo e professione, giornalista per passione. Collaboro con varie testate dal 2011, possibilmente editorialista di Politica ed Economia. Scrivo perché avere una opinione e farla conoscere, è terapeutico contro la superficialità imperante.

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