La Cultura a Bari è un po’ malaticcia, ma in fase di guarigione. Almeno stando alle parole dell’assessore Silvio Maselli, la terapia dovrebbe consistere in questo, in ordine: una sala Murat destinata solo a mostre di rilievo, che si avvicenderanno costantemente, un ex Mercato del pesce diviso su tre livelli, spazio per eventi e ristoranti, “una specie di Eataly, ma pensato per gli italiani, non per i giapponesi come quello che abbiamo ora”, un Kursaal riconsegnato al Comune, un teatro Piccinni pronto in pochi mesi e un Margherita destinato anche ai concerti. Sarebbero queste le pillole della felicità per la Bari 2025, visto che – come ci ha tenuto a dire Maselli, nella sua lunga e fredda dissertazione sul futuro mondiale – nel giro di dieci anni tutto cambierà, l’Europa diventerà sempre più periferia del mondo, l’Italia periferia d’Europa e il Sud, poverino, periferia delle periferie. Ne ha parlato ieri al caffè Dolceamaro, nell’ambito degli incontri organizzati da Marina Losappio, ospiti con lui anche Annamaria Ferretti (direttora di Ilikepuglia.it) e Antonio Stornaiolo. Bando ai pessimismi, la soluzione starebbe anche nel business della Notte della Taranta. “La cultura deve insistere sulle imprese, abbiamo un patrimonio e non sappiamo valorizzarlo. Perché non è mai stato realizzato un cd della Taranta, delle felpe, dei gadgets? La pubblica amministrazione deve agganciare il mondo e gli investitori stranieri. Infatti la nostra è l’unica regione che dall’inizio dell’anno ha contato 30mila nuovi posti di lavoro”. Business e Cultura, quindi. Il diavolo e l’acquasanta. E viceversa. Qualcuno storce il naso. Quando poi si tocca il tasto del corteo di San Nicola allora si scalda il pubblico, Stornaiolo per primo: “Basta con le bancarelle, basta con la Bari associata al polpo e alla birra”. Maselli (r)assicura: “L’anno prossimo il corteo sarà più ordinato, più popolare e più comprensibile”. Le bancarelle, quelle non vanno giù a nessuno, pare. Anche se non è chiaro il perché non possano coesistere con una città ugualmente metropolitana. Quello che conta davvero è la sensibilità culturale, la genuinità del teatro vero. Ed è su questo che va rifondata la politica culturale barese, insiste Stornaiolo: “Anni fa, quando io e Solfrizzi esordimmo, c’era nell’aria una gran voglia di dire qualcosa, ora tutti vogliono parlare, complici i social network, ma nessuno sa bene cosa dire. Prima c’era una vitalità che non c’è più, una voglia di mettersi in gioco, penso a locali come La Dolce vita o lo Strange fruite. Perché non rimettiamo in moto il teatro, quello vero, quello fatto col cuore?” E poi una precisazione: “Quando recitavamo vestiti da donna in Filomenza Coza Depurata, non volevamo mica esaltare l’orgoglio barese. Tutt’altro. Noi eravamo lì a denunciare una certa baresità”. Quella impressa ancora oggi nella testa di molti.
“Cultura a Bari? Presto tutto cambierà”

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Ida Galise
laureata in Lettera Classiche, docente e giornalista pubblicista. Leggere e scrivere sono le prime cose che ha imparato da bambina, e le sembrava un peccato sottovalutarle. Vorrebbe essere onnisciente e ubiqua, ma finora non ci è ancora riuscita.
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