Don Tonino Bello, pastore degli ultimi e dei sofferenti, sempre attento ai valori che contano

0

Con piacere riceviamo e pubblichiamo questa testimonianza del professor Gaetano Dammacco, docente di diritto ecclesiastico presso l’Università degli Studi di Bari, su don Tonino Bello. In questa lettera scopriamo ancora una volta l’umanità, la forza, il coraggio e l’attenzione alla gente di don Tonino Bello, vescovo profondamente innamorato di Gesù e della Chiesa. Sua l’espressione Chiesa del grembiule, a testimoniare il dovere, la bellezza, di stare sempre dalla parte degli ultimi.

Sono venticinque anni che don Tonino Bello ci ha lasciato per raggiungere Colui per il quale aveva intensamente vissuto. Aveva 58 anni, era vescovo di Molfetta-Giovinazzo-Terlizzi-Ruvo e presidente di Pax Christi, un movimento cattolico internazionale per la promozione della pace. Nel dicembre del 1992, nonostante fosse stato operato per un tumore allo stomaco, con cinquecento volontari partì da Ancona verso Sarajevo per compiere  una famosa marcia della pace verso Sarajevo, da diversi mesi sotto assedio serbo a causa di una devastante  guerra civile. La guerra e i colpi dei cecchini, che avevano mietuto tante vittime innocenti, si fermarono e resero possibile la pace, seppur per poche ore: un miracolo!

Per queste e altre testimonianze a beneficio degli ultimi e della pace mons. Bello è noto. Ma egli è stato anche guida autorevole della sua diocesi alla quale si è pienamente dedicato come pastore.

Ho conosciuto don Tonino, come amava farsi chiamare, a metà degli anni ottanta del secolo scorso per un fatto molto particolare e che lo coinvolgeva nella guida del territorio diocesano come vescovo. In coincidenza con la sua nomina episcopale, il territorio diocesano aveva cambiato assetto, avendo inglobato la cittadina di Ruvo (che era una piccola diocesi), nel quadro della ristrutturazione e soppressione delle diocesi italiane. Questo processo avvenne non senza problemi e tra i tanti uno riguardava la proprietà dei beni della cattedrale di Ruvo. Nacque un ulteriore microconflitto interno. L’espansione del territorio diocesano aveva richiesto la necessità di rispondere ai bisogni materiali e spirituali dei fedeli provvedendo alla costruzione di nuove parrocchie e servizi parrocchiali. Per essi il vescovo Bello aveva un progetto per il quale stava raccogliendo finanziamenti, ricorrendo prima di tutto alle casse di quelle parrocchie che avevano una maggiore disponibilità in uno spirito di solidarietà ecclesiale e umana.

Come era solito fare, mise prima di tutto mano al patrimonio diocesano, nel quale egli riteneva rientrassero anche i beni della chiesa cattedrale di Ruvo, che erano della ex diocesi. Qui fu il piccolo conflitto con il parroco della cattedrale di Ruvo, il quale riteneva, invece, che i beni non appartenevano alla ex diocesi di Ruvo, bensì alla chiesa parrocchiale della cattedrale. Mi fu richiesto un parere giuridico e per questa circostanza conobbi don Tonino, persona umile ma grande nella autorevolezza e nella personalità.

Andai a trovarlo nel suo episcopio, che ospitava da tempo alcune famiglie di sfrattati le quali, praticamente, convivevano con il vescovo; mi accolse con la semplicità che gli era solita (era stato terziario francescano), senza segni esterni del potere episcopale, ai quali aveva rinunciato sin dall’inizio del suo ministero. Tutto raccontava i tratti del suo stile di vita: attenzione agli ultimi e sofferenti, sobrietà di vita come attenzione ai valori che contano. Gli consegnai il parere, che sulla base della ricostruzione dei dati storici e dei documenti gli dava ragione: la proprietà era della diocesi di Ruvo e, pertanto, si trasferiva alla nuova più ampia diocesi. Pertanto, contrariamente a ciò che credeva il parroco, egli poteva utilizzare i beni come meglio riteneva.

Ma, don Tonino scelse un’altra strada: non la forza del diritto ma quella del convincimento e della condivisione fraterna. Infatti su questa strada, in una assemblea diocesana del clero in cui si discusse della questione, disse esplicitamente che non intendeva usare il diritto per imporre una decisione, ma voleva far ricorso alla solidarietà e alla comunione ecclesiale per rispondere come Chiesa di fratelli ai problemi della gente.

Rispondi

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.