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E ora Matteo Renzi va all’attacco di Saviano

Dev’essere vero che la mela che cadde in testa a Newton lo spinse a riflettere ed a scoprire poi la legge della gravitazione universale. Stamane non c’era nessuna mela e, comunque, io non sono né Newton, né posseggo la sua genialità: tuttavia, un post, su facebook di una mia cugina residente in Svizzera, mi ha spinto ad approfondire. Da quel post dal titolo “RENZIANI ALL’ATTACCO DI SAVIANO”, sono andato a leggermi l’articolo di ieri di Angela Mauro sull’ Hoffington Post “Leopolda sfigurata….”, quindi ho voluto approfondire con la lettura (e rilettura) dell’articolo di Roberto Saviano, l’originale, la pietra dello scandalo, pubblicato ieri su Il Post.

“La moglie di Cesare ed il padre di Maria Elena Boschi” il titolo, con tanto di foto della bella Ministro ripresa in un momento di riflessione. Il commento della mia amata cugina, a cui se permettete dedico questa modesta riflessione, era forse più caustico e simpatico: “Ma è chiaro, non si tocca proprio prima del Natale la “Madonnina” di Matteo..”. Certo, Saviano svolge nel suo articolo un motivato attacco al conflitto d’interesse, che ritiene sussistere, tutto e scandalosamente, tra la Boschi e le iniziative del Governo a favore della banca della quale il padre è vicepresidente. Suscita, ovviamente, maggior interesse nella cronaca giornalistica la reazione di Renzi. Altro che Gufo viene definito e giudicato Saviano dal Premier. Sicuramente è il peggior guasta feste che conosca: la Leopolda 2 (non la vendetta, per carità) voleva e doveva essere la celebrazione del nuovismo renziano, dei volti nuovi e puliti, divenuti ormai stars politiche, della politica del fare riforme mai prima attuate. Saviano è peggio dei terroristi a Parigi e devono intervenire in difesa twitt e post per neutralizzarlo, magari anche i cani addestrati a fiutare non droga o esplosivi, ma giornalisti autentici e domande impertinenti, o peggio, imbarazzanti.

Rileggendo più attentamente lo scritto di Saviano, come si deve fare sempre, quando ci si accosta ad uno scrittore (perché Saviano lo è, prima ancora che giornalista), è cominciata a frullare nella testa una strana domanda. Non tanto strana, a pensarci meglio, perché quello scritto di Saviano contiene sì tutto ciò che abbiamo detto: finisce, infatti, col diffidare la Boschi dall’opporre alle domande il silenzio, perché “Lo chiederò fino a quando non avrò risposta”, ma è anche e soprattutto una grande lezione di Giornalismo. Non è un’errore di stampa la G maiuscola. E’ voluta perché è di giornalismo con la G maiuscola che parla Saviano. Comincia con la considerazione che quelle cose che la stampa non perdonava al berlusconismo e a personaggi “di terza fila del sottobosco politico di centrodestra” ora, quando vengono commesse da personaggi di primo piano del governo, magari anche più gravi, vengono  citate appena con sufficienza e condiscendenza assolutoria. Ma come? Si chiede, eravamo giustizialisti e siamo di colpo divenuti garantisti ad oltranza, oltre ogni misura e limite. Quante conversioni sulla via di Damasco.

Ricorda, quindi, Luigino D’Angelo, “il pensionato che si è suicidato dopo aver perso tutti i risparmi depositati alla Banca Etruria” (e proprio ieri PugliaIn si è occupata di Banca Apulia)  e si chiede cosa sarebbe successo. sulla e per la stampa, se la cosa fosse accaduta con Berlusconi al governo. La disamina successiva è già una pagina di storia politica, ma al contempo di storia recentissima del giornalismo.

C’è un passaggio che mi ha particolarmente colpito. E’ la scoperta dell’ovvio, dell’acqua calda, se volete, ma oggi diviene una riscoperta di pressante attualità. Ricordate le 10 domande con cui Peppe D’Avanzo inchiodò su La Repubblica il berlusconismo, che non ebbero mai risposta, Saviano ci rammenta che “il compito del giornalista è chiedere, il dovere del potere è rispondere.”

Ci siamo, da tempo, abituati a ritenere tollerabile che un leader rifiuti di andare in televisione senza sapere preventivamente cosa gli verrà chiesto. Questo non è più giornalismo. E’ una farsa, un ballo in maschera, con tanti, tanti personaggi in cerca non d’autore, ma di carriere costruite sul servilismo sporco e squallido, sul tradimento della deontologia professionale.Se questo è accaduto, anche solo una volta, e sappiamo bene che è costume abituale delle  trasmissioni televisive, c’è da chiedersi se è non sia in serio pericolo un bene che i nostri Padri costituenti vollero garantire nella Carta Costituzionale: la libertà di stampa e con essa quella di pensiero e di espressione.

Saviano si chiede se le ragioni dell’ “attuale timidezza risiedono nell’iperattivismo del Renzi”… e dal conseguene timore si apparire “conservatori o peggio nostalgici”. Nella “furba dicotomia” tra critica ed essere avversari delle riforme, del progresso, un astuto processo di autocensura.

La conclusione ve l’ho anticipata. Non mi convince del tutto Roberto Saviano. E’ vero che Berlusconi aveva una forza mediatica senza precedenti: da un lato la televisione commerciale con tre su quattro reti di sua proprietà, dall’altro il controllo della televisione pubblica, una volta divenuto leader, con l’aggravante che il Cavaliere, pardon l’ex cavaliere, sapeva assai bene come governarle e presidiarle con propri uomini. Ma forse proprio in quella proprietà, in quell’avere già un suo clan di giornalisti a servizio,  risiedeva anche  il suo limite e la sua debolezza nei confronti delle più autorevoli testate giornalistiche. I più, ritenendosi esclusi dall’accesso alle fortezze mediaset e mondadori, si votavano all’opposizione ed alla libertà di pensiero.

La solidarietà era totale da parte della maggioranza della stampa verso chi subiva i non pochi linciaggi messi in atto dalle testate berlusconiane avverso coloro che al leader dell’epoca avevano dato veramente fastidio. Infatti, quei tentativi di linciaggio morale, che pure hanno mietuto qualche vittima  illustre, son durati poco. Si sono dimostrati, spesso, infruttuosi, se non proprio controproducenti. Martirizzare qualcuno è pericoloso: lo si trasforma in un eroe agli occhi della gente. Ma piaccia o no, quello che non è stato concesso a Berlusconi, viene “perdonato” a Renzi.

Allora il dubbio amletico si pone e torna ad essere questo: cosa impedisce ai giornalisti di fare il proprio lavoro fino in fondo, di essere i “mastini della democrazia”, secondo la classica definizione inglese, e non cagnolini da salotto, compiacenti dinanzi al potere, pur di ottenere il bocconcino? E’ la paura di fare il proprio dovere o il servilismo vile di chi spera di ritrarne un utile? C’è una terza ipostesi: che sia un mix tra i due, un bel frullato di fifa e lecchinismo. Fa schifo, ma va di moda, così com’è attuale inveire sempre e solo sul debole e sull’indifeso, in una parola, ingrassare sui cadaveri.

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