Chiudiamo gli occhi e proviamo per un attimo a ricordare il calcio lontano dalle ansie finanziarie e dal malcostume sportivo. Cancelliamo le invettive razziste edulcorate in gaffes e carenze linguistiche – come dimenticare le uscite di Tavecchio su Opti Opbà? -, le intercettazioni che rivelano come i meriti sportivi soggiacciano ai più impellenti ritorni economici – a Carpi ricordano ancora le parole di Lotito – e la piaga del calcioscommesse, che tanto male ha fatto a Bari. Restano gli eroi di un calcio in grado, fra le righe, di raccontare storie. Storie di campioni, trionfi, sconfitte; storie di tifosi, comunità, interi Paesi.
“Il calcio ci racconta tantissimo. La cosa sorprendente è scoprire come tutti sottovalutino il calcio come narrazione della società – spiega Fabio Poli, direttore organizzativo dell’Associazione Italiana Calciatori – Il calcio ha la forza e la presenza nel quotidiano per poter descrivere gli ultimi 140 anni di storia del nostro Paese”.
L’associazione italiana calciatori ha realizzato gli Eroi del calcio, mostra itinerante che parte dai cimeli storici del mondo del calcio – magliette, scarpe, pallone, trofei, giornali – e finisce inesorabilmente per trasformarsi in sentinella di un’intera comunità. Un oggetto di culto in cui è lo stesso rituale di adorazione a segnare il passaggio fra i vari cambiamenti sociali occorsi nel corso degli anni. A Bari la mostra è stata ospitata dal Teatro Margherita, dal 19 gennaio all’1 marzo.
“Le prime pagine dei giornali sportivi di inizio secolo, su tutte le Gazzetta dello Sport, evidenziano come il calcio sia subentrato al ciclismo in qualità di sport di massa quando, negli anni ’30, i trionfi mondiali della Nazionale di Vittorio Pozzo erano funzionali alla retorica del regime fascista – racconta Poli – Non a caso Mussolini e i suoi decisero di puntare proprio sul calcio per riempire le domeniche dei lavoratori italiani, sino al 1934 orfani di una legge che garantisse loro un giorno di riposo settimanale”.
E così le magliette di Diego Armando Maradona, Pelè, Zinedine Zidane e Michel Platini diventano un pezzo di storia. Come quella bardata CCCP del ragno nero Lev Jashin, unico portiere a conquistare il pallone d’Oro nel 1963, autentico simbolo di un’Unione Sovietica ancora lontana dalla caduta del muro e dalla sua dissoluzione, Non serve però giungere nell’Olimpo del calcio mondiale per saggiare la testimonianza culturale del futebol.
“Se hai la fortuna di avere la maglia di Raffaele Faiele Costantino, primo calciatore barese a militare in Nazionale negli anni ’30, hai anche la possibilità di parlare della storia della città”. Ultima sono in ordine di apparizione, nell’angolo dedicato al calcio locale, la maglia della promozione in serie A della Pink Bari, piccolo segnale di un movimento, il calcio femminile, che sta pian piano conquistando spazio e visibilità.











