HomeCulturaArteForme e profondità di superfici latenti

Forme e profondità di superfici latenti [Gallery]

Prende le mosse da Hegel, e dalla sua convinzione che non ci sia “niente di più profondo di ciò che appare in superficie”, la mostra curata da Like A Little Disaster, terzo evento allestito negli spazi di Foothold a Polignano a Mare. Latent surfaces – questo il titolo della collettiva – presenta fino al 10 settembre 2016 i lavori recenti di cinque giovani artisti (Yuichiro Kikuma, Fabienne Hess, Minhong Pyo, Tenant of Culture e Virginia Francia) con una comune esperienza formativa a Londra e una medesima ricerca, anche se differente per tecniche ed esiti, sul rapporto che intercorre tra sfera esterna, mentale-sensoriale-emotiva, e mondo esterno. A fare da filtro ci sono le “superfici”, sulle quali l’essere umano definisce la realtà che lo circonda, il suo spazio e il suo tempo.

Superfici latenti che in Yuichiro Kikuma coincidono con l’immagine pittorica, che si muove tra i poli opposti della materialità e dell’illusione, della rappresentazione e dell’astrazione, ricercando costantemente un punto di equlibrio, racchiuso tra le velature tracciate su tela o su calico. In Fabienne Hess sono invece gli scarti telematici della società contemporanea; Corrupted series è infatti una carrellata di immagini recuperate sul proprio computer attraverso il trash-recovery, files danneggiati che rispecchiano il “grande e disordinato inconscio digitale”, la cui manifestazione si pone al centro dell’attenzione dell’artista svizzera. Ulteriore contributo alla collettiva viene fornito da Minhong Pyo che mescolando suoni, testi e immagini in movimento, propone due interessanti opere, Blue Fish e soprattutto Tomorrow, Your Yesterday, due orologi da parete che indicano i fusi orari della Corea del Sud e del Nord (portato mezz’ora avanti da Pyongyang nel 2015) che rappresentano concettualmente l’assurdità ridicola e anacronistica di questo sfasamento temporale. Tenant of Culture, pseudonimo dell’olandese Hendrickje Schimmel, si concentra infine sulla figura dell’artista “come post-producer culturale più che come autonomo creatore”, ricorrendo all’uso di indumenti e tessuti che rimandano al mondo del womanswear ma che sono totalmente anonimi, ordinari ed indistinguibili.

A questi lavori si aggiunge Synesthesia, performance realizzata da Virginia Francia nel giorno dell’inaugurazione che nasce dal suo interesse verso il fenomeno della percezione sensoriale (e la sua influenza nel quotidiano); all’interno di una stanza illuminata con la luce di Wood vengono offerti ai visitatori cibi e bevande di cui non si percepisce più il colore, elemento in stretta relazione con il sapore che incide nelle scelte a livello multisensoriale e inconscio, un’altra superficie latente da oltrepassare per cogliere l’essenza profonda ma molto spesso ambigua del reale.

 

[Le immagini sono courtesy di Like A Little Disaster]

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