Guido Bertolaso è K.O., o forse, lo è tutto quel mondo che sperava in una rinascita del centro-destra proprio dalla Capitale. L’asse Meloni-Salvini tiene, ma lo spauracchio del “lepenismo” all’italiana non piace al Cavaliere, intimorito com’è di perdere posizioni di favore da parte del Governo Renzi, d’irritare il PPE in Europa e di non cedere la golden share della coalizione nelle mani di Salvini.
Giovanni Toti ha ribadito: “FI e Lega sono allo stesso livello, servono nuove regole”, affermazione che non regge, dato che, se pure non con un divario abissale, la Lega è saldamente il primo partito d’aerea, ma Silvio Berlusconi non vuol sentire parlare di successioni.
Ed eccoci qui, con un panorama sempre frammentato ma con un candidato in meno. Guido Bertolaso che non aveva mai brillato nei sondaggi viene scalzato da Alfio Marchini, giovane costruttore romano con una lunga dinastia ben radicata nella “sinistra bene” della Città.
E allora ci si domanda, che centro-destra è mai questo? Forse è tutto e solo centro, dato il ritorno entusiasta di personaggi come Pierferdinando Casini e Gianfranco Fini, pronti ad elogiare l’acume politico dell’ex premier che non ha ceduto ai populismi.
Personaggi che nell’ultima parabola della propria carriera politica hanno conseguito consensi da prefisso telefonico, forse, non sono il centralino giusto a cui rivolgersi per una consulenza in campo di vittorie. Ciliegina sulla torta sono stati gli apprezzamenti di Fabrizio Cicchitto per Area Popolare.
E’ la politica dei due forni o più probabilmente, del forno crematorio dove tutti quelli tacciati di tradimento sono stati riesumati, e allora è lecito credere che, l’unico cotto a puntino sia proprio lui, Berlusconi.












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