Nel 726, l’imperatore bizantino Leone III Isaurico, emanò un editto con il quale ordinava la distruzione delle immagini sacre e delle icone in tutte le province dell’Impero: mosaici e affreschi furono distrutti a martellate, le icone fatte a pezzi e gettate nel fuoco; furono eliminate molte opere d’arte e uccisi diversi monaci.
Motivo del provvedimento era quello di stroncare il commercio delle immagini e combattere una venerazione considerata superstizione e idolatria. Questa lotta, detta iconoclasta, mise in fuga dall’Oriente migliaia di monaci, che per sfuggire alla persecuzione si rifugiarono nelle estreme regioni meridionali dell’Italia e, soprattutto, nel Salento. I paesi intorno a Leuca, facenti parte dell’impero bizantino, furono tra i primi ad ospitare i monaci basiliani perché erano i primi ad essere avvistati dalle navi che li portavano verso la penisola. Di questa antica presenza sono rimasti i segni, anche dopo molti secoli.
I monaci “basiliani” (così chiamati da San Basilio, fondatore dell’ordine), per scampare alle persecuzioni, furono costretti a nascondersi in luoghi solitari come le foreste, o sulle pendici delle colline, ma soprattutto in grotte che divennero luogo d’alloggio e di preghiera e sono tutt’oggi testimonianza della storia bizantina pugliese. A volte, quando non potevano adattare le grotte naturali, essi scavavano nella roccia più friabile, creando dei rifugi simili a pozzi, adattati a dimore e luoghi di preghiera. Accanto al “giacitoio”, dove riposavano i monaci, c’era infatti la cripta con parete affrescata, destinata alla celebrazione della messa.
La “regola di san Pacomio” dice molto sul modo di vivere di questi monaci: nelle celle essi non avevano nulla tranne una stuoia dove dormire, una tunica, un mantello di lino, una pelle di capra, i sandali e un bastone, come indispensabile compagno di viaggio. La loro alimentazione era essenziale (generalmente consumavano bacche e verdura cruda), in linea con la scelta di una vita semplice, impostata sulla preghiera e sull’educazione all’umiltà. Il tempo lo trascorrevano pregando e dedicandosi al lavoro manuale, spesso consistente in opere di tessitura, calzoleria, muratura, falegnameria e agricoltura. Soprattutto, però, essi dipingevano.
Tutte le chiese rupestri presentano, così, merasvigliose decorazioni pittoriche, di alta qualità artistica. Nella maggior parte dei casi è la rappresentazione dei santi, la cui iconografia è bizantina, a rivestire le pareti di questi luoghi di culto. Frequente è l’immagine della Vergine con il Bambino, intermediatrice privilegiata tra gli uomini e Dio, il cui modello di riferimento era la Madonna di Costantinopoli, che, nella tradizione leggendaria, si riteneva essere stata dipinta da San Luca, e di cui le tante icone presenti in Puglia ne sono un’ulteriore testimonianza.
I santi maggiormente rappresentati sono quelli taumaturghi come Nicola, Cosma e Damiano, Biagio, Giacomo e Andrea che vengono raffigurati con gli abiti inerenti la funzione da loro svolta all’interno della Chiesa: San Nicola, per esempio, è sempre vestito da vescovo, con tunica, mantello (phailònion) e stola (omophòrion), raffigurato nell’atto di benedire alla greca.
Seguono i santi militari come Giorgio, Teodoro, Demetrio, Procopio armati di corazze, lance, scudi e stendardi; gli asceti caratterizzati dagli abiti poveri, simbolo di scelta di povertà; le sante vergini come Margherita, Marina, Teodosia ecc., vestite della tunica, del mantello e del velo (maphòrion).
In molti casi si tratta di dipinti realizzati a crudo sulla roccia e i colori ricorrenti sono l’ocra, il verde, l’azzurro, il bianco e il giallo. Accanto ai santi vengono dipinti i loro nomi tramite iscrizioni in greco o in latino, e in alcuni casi anche dediche o commenti suggeriti dai committenti dell’opera.
Terminate la persecuzione iconoclasta nell’843, i monaci abbandonarono progressivamente i loro rifugi e innalzarono, nei paesi più importanti, chiese e monasteri. Essi diverranno, ben presto, importanti centri di sviluppo e crescita culturale e sociale.











