Il Risorgimento pugliese: i moti del 1820 a Foggia

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A partire dal luglio 1820, la Puglia fu pienamente coinvolta in quel processo insurrezionale che, di lì a poco, avrebbe condotto l’Italia alla sua unificazione.
Foggia fu una delle prime città del Sud ad innalzare “l’Albero della Libertà” e, probabilmente, l’ultima ad arrendersi.

Riassumiamo i fatti.

Sull’esempio di quanto già stava accadendo altrove, si manifestò, in tutto il Regno delle due Sicilie, un forte spirito libertario e nacquero sette carbonare in tutto il Sud. Nei loro covi, i “ribelli” complottavano contro il governo dei Borbone e organizzavano la lotta per ottenere una Costituzione.

Dopo una serie di tentativi insurrezioanli falliti sul nascere, nella notte tra il 1 e il 2 luglio, una trentina di carbonari di Nola diede inizio ad una rivolta, che si estese rapidamente alla Basilicata, alla Puglia e alla Calabria.

Mentre il tenente “carbonaro” Morelli, al comando di truppe fidate, entrava ad Avellino, ottenendo il controllo della città, le “vendite” del Foggiano conquistarono il favore della popolazione, circondarono il palazzo dell’Intendente del governo, dichiarandolo infine decaduto dalla sua carica.

Quindi, nella vicina San Severo, venne creato un deposito d’armi e un centro di collegamento con gli insorti abruzzesi e campani: ogni tentativo di repressione borbonica era impossibile.

Qualche giorno dopo, il generale Guglielmo Pepe fece insorgere due reggimenti di cavalleria e uno di fanteria di stanza a Napoli e si diresse verso Avellino, congiungendosi con gli altri insorti e assumendo il comando di tutte le forze ribelli.

Il 6 luglio, re Ferdinando I acconsentì alla formazione di un governo costituzionale e nominò il principe ereditario Francesco, duca di Calabria, vicario del Regno.
Questi fu costretto a pubblicare un decreto, con cui si adottava, in tutto il Regno delle due Sicilie, una Costituzione, sul modello di quella concessa in Spagna nel 1812.

La rapidità della rivoluzione e il suo facile successo erano la spia della fragilità del regime assolutista borbonico, ma celavano anche importanti contraddizioni: su tutte, la falsità di Ferdinando, in realtà contrario, nel suo intimo, ad ogni concessione costituzionale.

Ben presto, infatti, il Borbone fu protagonista di un clamoroso voltafaccia e invocò l’aiuto austriaco, dichiarando di essere stato costretto a concedere la Costituzione con la forza.

Per gli austriaci fu facile marciare con decisione e tempestività su Napoli e riconquistare la città e tutto il Sud.

I moti del 1820, che solo per l’esitazione del comandante delle truppe della Capitanata non partirono proprio da Foggia (l’insurrezione, guidata da Guglielmo Pepe, doveva cominciare durante la tradizionale fiera di maggio della città dauna), videro attivi e partecipi professionisti, esponenti della borghesia rurale, appartenenti agli apparati statali.

Ne derivò una coinvolgente esperienza di democrazia e libertà, che, tuttavia, durò meno di un anno: sotto la pressione politica e militare delle altre corti d’Europa, la costituzione fu abrogata nel marzo del 1821.
Seguì una dura repressione, voluta da re Ferdinando per estirpare, fin dalle radici, le sette carbonare.
In quest’opera, il Borbone si avvalse di due preziosi e spietati collaboratori: Antonio Capece Minutolo, principe di Canosa e il funzionario di polizia, già intendente della Capitanata, Nicola Intonti.

Agli arresti e alle fucilazioni pubbliche dei ribelli, si aggiunsero nuove vessazioni fiscali, che resero ancora più drammatica la situazione dei foggiani, stremati dall’usura e dalla sempre più vorace speculazione dei mercanti napoletani.

Storico dell’Arte. Ha collaborato con il Museo Pecci di Prato. Ha svolto attività di ricerca per la Facoltà di Lettere e Architettura. E’ docente di letteratura italiana, storia e storia dell’arte. Perito ed esperto per la Camera di Commercio di Bari è iscritto all’Ordine Nazionale dei Giornalisti dal maggio 2011.

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