HomeStoria della PugliaLa detenzione degli ebrei nei campi di concentramento pugliesi

La detenzione degli ebrei nei campi di concentramento pugliesi

Pochi sanno che, dal 1940 al 1943, su imitazione di quanto i nazisti facevano nell’Europa occupata, vennero aperti, anche in Italia, numerosi campi di concentramento.

Già prima del suo ingresso in guerra, il 10 giugno 1940, il governo italiano aveva imposto la stretta vigilanza su tutte le persone ritenute ostili al regime. A questo scopo, il governo allestì una quarantina di campi di detenzione: si trovavano tutti nell’Italia centro-meridionale e, in Puglia, ve ne furono quattro.

Tra gli elementi indesiderabili e i nemici da controllare vi furono molti ebrei stranieri. Accusati di essere imbevuti di odio contro i regimi totalitari e capaci di qualsiasi azione deleteria, essi dovevano essere arrestati e sorvegliati in appositi campi, ma, a parte questo, godevano di una certa libertà.

All’inizio, gli ebrei stranieri erano considerati quasi degli ospiti: possedevano un visto turistico e, ufficialmente, erano in attesa di completare le pratiche per trasferirsi in America o in Palestina. Tuttavia, in seguito all’entrata in guerra dell’Italia, essi rimasero intrappolati nei meccanismi della discriminazione e persecuzione razziale operata dal regime fascista e si trovarono senza più via di scampo.

Così, il Ministero degli Affari Esteri, dichiarando “nemici dello Stato” tutti gli ebrei presenti in Italia, avrebbe fatto arrivare in catene centinaia e centinaia di deportati, poi destinati ad essere condotti ad Auchwitz e ad altri campi di sterminio.

In provincia di Bari furono aperti due campi di “concentramento “: uno presso l’ex Scuola Tecnico-Agraria “F. Gigante” di Alberobello e l’altro a Gioia del Colle, presso l’ex Mulino-Pastificio “Pagano”. Anche nella provincia di Foggia sorsero due campi: uno nel Macello Comunale di Manfredonia e l’altro allestito nei capannoni e nelle casette coloniche dell’isola di San Domino, nelle Tremiti.

Un’apposita commissione condusse un’indagine sulla popolazione civile di questi territori, in vista della forzata “coabitazione” con i prigionieri stranieri. Venne accertato che nessuno sapeva esattamente chi fossero gli ebrei e per quale motivo venissero ritenuti “nemici” del governo italiano: la gente di Puglia vantava un’antica tolleranza, dovuta alla sua storia e alla sua cultura.

I primi internati ebrei giunsero a Gioia del Colle il 15 Agosto 1940. Si trattava di soli uomini, con un’età media sui 45 anni (il più giovane ne aveva 23 e il più vecchio 65) e, a prima vista, non davano impressione di grande pericolosità. Circa la metà di loro veniva da Roma, gli altri da diverse città del nord Italia. Tra di loro prevalevano commercianti, impiegati e operai, ma c’erano anche sei avvocati, due ingegneri, un medico ed uno studente universitario.

Tra questi prigionieri, 27 erano accusati di essere ebrei antifascisti, 10 ebrei repubblicani, 2 comunisti, 2 socialisti; gli altri erano accusati di essere ebrei e basta. Tutti erano sospettati di attività propagandistica contro le istituzioni e di spionaggio. In realtà, molti degli ebrei arrivati a Gioia, non avevano mai militato in partiti antifascisti e alcuni di loro, addirittura, erano stati inscritti al Partito Nazionale Fascista.

All’interno del campo, le condizioni di vita non furono mai eccezionali e si soffriva la mancanza di cibo e medicine. A tal proposito risulta che il 14 Ottobre 1940, l’avvocato Paolo Levi, rappresentante di tutti gli ebrei ristretti, inviò all’Unione delle Comunità Israelitiche di Roma una richiesta di aiuto, perché il Governo concedesse ai prigionieri 6.50 lire giornaliere, oltre l’alloggio, per provvedere alle più strette necessità personali.

Il 15 gennaio 1941 il campo di Gioia del Colle venne chiuso e i sessanta ebrei internati furono trasferiti ad un nuovo campo. La chiusura fu motivata dal fatto che, non distante, era stato costruito un campo di aviazione militare e, per motivi di sicurezza militare, non si riteneva possibile la coesistenza delle due strutture nello stesso paese.

Il campo di Alberobello rimase in funzione fino al 3 settembre del 1943. In questi tre anni vi transitarono complessivamente circa 200 internati: inglesi, ebrei tedeschi ed ex polacchi, apolidi, ebrei italiani, ex jugoslavi, anarchici ed antifascisti, oltre a qualche delinquente comune. Tra questi internati, gli ebrei stranieri, una sessantina in totale, vi soggiornarono per il periodo più lungo: dal luglio 1940 al luglio del 1942, data in cui vennero trasferiti al grande campo di concentramento di Ferramonti di Tarsia in Calabria.

Il campo di Manfredonia fu, probabilmente, il più importante tra quelli presenti in Puglia. Venne allestito nel Macello comunale della città e funzionò dal 16 giugno 1940 al 1943.

Per adeguare il macello a campo di concentramento, furono effettuati dei lavori: vennero ricavati dei camerini; furono scavate le fogne, attrezzate docce e cucine; vennero costruiti dei recinti. Nella piantina topografica del campo, si legge anche della presenza di un “forno crematorio”. Non si trattava però di uno dei tanti e tristemente famosi forni nazisti: forni crematori erano presenti in tutti i macelli comunali e servivano, per fortuna, a tutt’altro. Il campo di Manfredonia fu, più che altro, un campo di “internamento”, un posto nel quale la gente veniva sorvegliata e custodita, ma mai uccisa.

In tre anni, vi passarono 519 persone ma non si raggiunse mai il limite massimo di capienza, che era di 300 unità. Dai documenti ufficiali e dai resoconti delle ispezioni, pare che le condizioni di vivibilità del campo fossero buone; le uniche restrizioni di rilievo erano costituite dai lucchetti che, la sera, venivano messi alle porte e alle finestre dei camerini e la censura sulla corrispondenza e sulle letture dei prigionieri.

A fronte di questo, gli internati ebbero la possibilità di realizzare orti per coltivare frutta e verdura, un campo da bocce e l’opportunità di mettere da parte qualche risparmio, depositandolo in un libretto al portatore, presso il locale Banco di Napoli. La pulizia del campo era affidata agli stessi prigionieri, mentre due medici di Manfredonia, a pagamento, prestavano servizio a mesi alterni e un cappellano diceva messa tutte le domeniche. Erano anche concesse delle visite e alcuni internati furono autorizzati a prestare attività lavorative fuori dal campo: braccianti, contadini e muratori si recavano nella vicina Pisticci, o in altri paesi della zona.

Oltre agli ebrei straniei, ai comunisti, ai socialisti, ai sovversivi in genere e agli anarchici, di varia estrazione sociale e provenienti dalle regioni del centro Nord (in particolare dalla Toscana), gli internati più numerosi del campo di Manfredonia furono i cosiddetti “ex iugoslavi”, provenienti dall’Istria e da Fiume. Prelevati dai loro luoghi di origine, essi furono tenuti a Manfredonia, per evitare che commettessero attentati o sobillassero la popolazione contro lo stato italiano. Molti slavi, infatti, nutrivano forti sentimenti anti-italiani, essendo stati i loro territori annessi all’Italia.

All’inizio del 1944, quasi tutti i campi di concentramento italiani vennero chiusi.

Per gli ebrei internati, purtroppo, era finito il tempo della detenzione controllata e iniziava il dramma della deportazione nazista nei campi di sterminio, da dove, molti di loro, non avrebbero mai più fatto ritorno.

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Antonio Verardi
Antonio Verardi
Storico dell’Arte. Ha collaborato con il Museo Pecci di Prato. Ha svolto attività di ricerca per la Facoltà di Lettere e Architettura. E’ docente di letteratura italiana, storia e storia dell’arte. Perito ed esperto per la Camera di Commercio di Bari è iscritto all’Ordine Nazionale dei Giornalisti dal maggio 2011.

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